Granny 27 – Preamplificatore DAC con valvole UY227

Nel maggio del 1927 vedeva la luce una delle primissime valvole a riscaldamento indiretto, inizialmente chiamato YU227 e poi successivamente solo 27 essa è la versione con catodo della 26 che era a riscaldamento diretto, il lavoro per cui fu concepita era quello di demodulatore e preamplificatore audio e fu prodotta con l’intento di avere minori problemi di ronzio indotti dal filamento rispetto la 26. È perfettamente utilizzabile per pilotare una 45 o altre piccole finali dell’epoca. La 27 è il capostipite una lunga serie di piccoli triodi di segnale che alla fine hanno portato alla 6SN7. La disponibilità di questa valvola è ancora molto buona anche nella sua forma a pera.

Anni fà quando cominciai a fare i primi esperimenti che hanno poi portato a nibiru realizzai quello che chiamai “26 audio processor”, una sorta di preamplificatore a guadagno unitario che però non era un buffer, basato sulla 26.

L’intento era quello di dare un pò di tridimensionalità e suono valvolare in più ad una sorgente audio digitale che però usciva già con un segnale abbastanza elevato per pilotare direttamente il finale. Mettere quello che chiamano buffer o più correttamente inseguitore catodico, quindi far passare un segnale attraverso una valvola intrinsecamente retroazionata al 100%, che lavora a guadagno unitario però mi sembrava perfettamente inutile, avevo già intuito che la chiave erano gli elementi reattivi, quindi realizzai una coppia di trasformatori di linea con un’induttanza primaria di 150H circa e un fattore di trasformazione di 7:1, essendo il Mu della 26 di 7 avrei ottenuto che la 26 in un circuito zero feedback amplificava e il trasformatore riabbassava l’ampiezza del segnale a circa quello di partenza, il circuito funzionava ma purtroppo oltre a non aver indovinato l’uso dei condensatori sottovalutai il problema posto dai filamenti delle 26 che richiedono di essere alimentati in corrente continua stabilizzata a 1,5volt con 1A di corrente, pena ronzio… Cercai di dimensionare bene l’alimentazione e il regolatore, il tutto funzionava ma il dissipatore necessario a raffreddare i regolatori della tensione dei filamenti doveva essere molto più grande di quello che montai… dopo 1 ora di funzionamento ci potevi friggere le uova sopra! Oltre a questo l’effetto sonoro ottenuto era quasi inconsistente, si faticava a distinguere la presenza o l’assenza di questo circuito nella catena audio per cui alla fine lo demolii per recuperare i pezzi.

All’inizio di febbraio di quest’anno (2020) iniziai a fare pensieri su quel vecchio progetto cestinato, ricordando anche l’ottima esperienza dell’USB Mini DAC pensai ad unire le 2 cose con una schedina DAC più evoluta, trovai su ebay per circa 30€ questa piccola schedina DAC basata sul sabre 9023P USB asincrono 24bit 96khz.

Quando mi arrivò la provai e già così da sola suonava molto bene, era iniziata la quarantena e non avevo tantissimo lavoro da fare per via dei blocchi, siccome avevo molto materiale a disposizione pensai di avviare il progettino basato questa volta sulla 27, riesumai i 2 trasformatori di linea che avevo fatto per le 26 e montai un circuito volante sul tavolaccio. La 27 ha un mu di 9 mentre il trasformatore divideva per 7 veniva a fagiolo per mettere in atto l’insegnamento di nibiru e fare un micro pelo di NFB locale e avere un buon effetto tridimensionale, la cosa sembrava funzionare bene a orecchio, il tavolaccio mi piaceva anche se non era perfetto, all’analisi strumentale avevo questa risposta in frequenza:

Non tanto il -1,5dB a 10hz ma la risposta in fase in bassa frequenza non era il massimo, mentre il -1dB a 25khz in alto era accettabile, inoltre i miei trasformatori di linea erano grossi e pesanti in quanto realizzati con normali lamierini EI a cristalli orientati.

Siccome volevo costruirmi una cosa TOP e non mi andava di mettermi a cercare nuclei a C (questo dei trasformatori per piccoli segnali è uno dei campi dove effettivamente si ha un vantaggio rispetto gli EI) perchè poi non so se quello che trovavo sarebbe stato di buona qualità, immemore forse dei motivi per cui tanti anni fà comincia ad avvolgere trasformatori e preso da un fiducia provai a comprare una coppia di trasformatori di linea di una famosissima casa produttrice. Era un modello di trasformatore vecchio ma ancora in produzione, l’unico con un rapporto di trasformazione di circa 7:1, quindi l’unico di tale produttore che potevo utilizzare. I datasheet promettevano una risposta in frequenza piatta da 10Hz a 40khz con una DC di 5mA in single ended, quindi sborsai 300€ e aspettai la consegna del pacco. Quando arrivarono li misi a banco per provarli e arrivò la grandissima delusione… 👿 

Ottenni una misurazione di -1dB a 9khz, una ciofeca indicibile, forse sbagliavo io, consultai lo stesso produttore per mezzo del rivenditore, feci prove su prove, con diverse valvole in diverse configurazioni di connessione ma niente, nella migliore delle situazioni avevo un -1 a 20khz con un rapporto di trasformazione di 14:1, collegando i secondari in un modo nemmeno contemplato nel datasheet, passai la bellezza di 3 giorni a fare prove, un giorno fino a circa le 2 di notte preso dalla foga di aver gettato 300€ e ributtato prepotentemente ai pensieri di rabbia di tanti anni fà quando compravo robe che non funzionavano come dicevano e dove dichiaravano dati fasulli “tanto i &%£$#* che comprano non sanno misurare niente e vanno a orecchia” … peccato che io non mi volevo certo ascoltare un gamma alta tutta tagliata come fosse un amplificatorino PA della geloso!

Ho rispedito al mittente il pacchetto e ad oggi sto aspettando una risposta sul malfunzionamento, un cambio o il rimborso dei soldi che ho speso. Messa una pietra sopra questa vicenda ho tirato dritto utilizzando i miei trasformatori iniziali… Disponevo di un telaio di legno, non potevo procurarmene un’altro, eravamo in piena pandemia, era tutto chiuso e non lavorava nessuno, qualcosa dentro di mè mi faceva temere che il trasformatore di alimentazione poteva essere troppo vicino, ma i trasformatori di linea dentro erano comunque girati nel verso opposto, schermati da una scatola di ferro… La voglia di fare ha preso il sopravvento…

Il terzo vetro da sinistra non è una valvola ma una lampadina antica fatta per funzionare con 140volt e 15watt di potenza, probabilmente era l’illuminazione del vano giradischi di qualche radio. Alimentata a bassa tensione (20/30volt) era molto bella da vedere, cercavo una certa estetica “industrial” che mi piace molto e ci stava bene ma non volevo che fosse unicamente decorativa ma che avesse qualche scopo nel circuito. Volevo polarizzare le 27 a bias fisso ma non volevo condensatori lungo il segnale audio in mezzo tra il DAC e la valvola, quindi ho creato un regolatore shunt che mi generasse una tensione di 15 volt su cui innalzare il catodi delle 27, quindi ho calcolato il trasformatore e il regolatore per usare questa lampadina come resistenza di shunt. Non ha nessun scopo “sonico” o tecnico, una resistenza da 250ohm 3Watt avrebbe fatto il medesimo lavoro, ma così ho preso 2 piccioni con una fava, la lampadina avrà comunque vita lunga essendo alimentata ad una potenza di soli 3 watt (e ne ho comunque altre).

Sull’alimentazione ho usato una 84 / 6Z4 una piccola raddrizzatrice della stessa epoca delle UY227 anche se ha il bulbo è a duomo, la versione con bulbo a pera “98” è introvabile purtroppo, la 84 invece è abbastanza comune. Può erogare 60mA e sono più che sufficienti per le due 27 che assorbono 5mA cadauna. La 84 è poi la progenitrice della 6X5G/GT che elettricamente sono uguali e hanno solo una diversa zoccolatura.

La raddrizzatrice è seguita da una cella CLC formata da un condensatore doppio Philips NOS da 50+50uF e una induttanza 15S55 da 20H. Il perchè del vecchio condensatore è presto detto: misurato ha una ESR e una fattore di dissipazione che è un decimo rispetto a normali condensatori industriali di pari caratteristiche di capacità e tensione, sicuramente ci saranno condensatori audio grade che si possono comprare per una 20ina di €, ma di questi ne ho una sporta nuovi, ne ho usati tantissimi nei restauri delle radio e so che funzionano perfettamente, sono affidabili con ottime caratteristiche elettriche e ancora vanno in contro alla richiesta estetica che cercavo.

Dopo l’elettrolitico è presente un’ulteriore cella RC con una resistenza da 20ohm e un condensatore carta olio siemens da 2uF, questa era una tecnica usata dal grande Mariani per disaccoppiare l’elettrolitico alle frequenze medio alte e far sentire il carta olio, nella foto sotto si vede il mattoncino argentato.

Montato e finito…

La manopola non è un volume ma solo l’interruttore di accensione. Purtroppo alla prima accensione è successo quel che temevo: il trasformatore di alimentazione induceva un leggero ronzio che si poteva sentire in altoparlante anche se molto basso, quando c’era musica non si notava niente, ma mi irritava comunque. Avrei dovuto usare un telaio più largo per distanziare meglio il trasformatore di alimentazione ma non potevo procurarmelo in situazione di clausura. Se i piccoli trasformatori commerciali avessero funzionato probabilmente non avrei avuto nessun problema, li avrei montati sulla sinistra lontani dal trasformatore di alimentazione. Ho resistito qualche giorno, l’effetto nibiru era presente, però quell’HUMM di sottofondo non lo sopportavo più quindi alla fine ho deciso di scollegare i 2 trasformatori di linea e sostituirli con un circuito CCS come carico anodico e di prelevare il segnale direttamente dalla placca anche se così il guadagno non era più unitario, ma mi bastava abbassare il volume dal finale…

Il CCS contrariamente all’uso di una resistenza pura, non perde tutto l’effetto che si ha con l’uso di una induttanza e probabilmente mantiene più dettaglio sonoro, ho aggiunto 2 trimmerini per regolare il bilanciamento dei 2 canali perchè il tasso di controreazione è ovviamente minimo, come spiegato nel progetto nibiru, e non riesce a pareggiare il livello dei 2 canali. Le UY227 sono valvole quasi centenarie  e pretendere il match perfetto mi sembra appunto una pretesa, risolvibile spendendo molti soldi immagino (senza garanzia della durata di questo match poi)… Ma avevo queste 2 in casa, la differenza tra i 2 canali era appena di 0,2dB quindi aggiungere quel trimmerino da 2,2Megaohm per fare un micro aggiustamento non è niente che possa compromettere il buon suono. In definitiva questo DAC “secolare” ha un suono veramente arioso, pulitissimo e brillante, rispetto ad altre mie realizzazioni la gamma acuta e più liscia, forse per via dei condensatori icel sul segnale o forse per il carta olio sull’alimentazione… voglio provare dei carta olio sul segnale, ho anche quelli, ma a suo tempo (devo poi anche lavorare 🙄 ) Quindi anche se resta una scatola con dentro 6 kili di trasformatori di linea scollegati che fa solo estetica mi ritengo ugualmente soddisfatto del risultato, non mancherò in futuro di provare altre cose, probabilmente un parafeed in puro stile nibiru fatto con le mie 18S100, oppure realizzare nuovamente lo stesso progetto distanziando meglio i trasformatori (visto che sul prototipo con le 26 non c’era questo problema).

Ecco qui lo schema premium per chi volesse realizzare il mio circuito, il kit per realizzare questo DAC è composto da un trasformatore di alimentazione e una induttanza, volendo si possono avere i 2 trasformatori di linea SB-LAB ma dovete stare attenti a montarli lontani dal trasformatore di alimentazione di almeno 15 centimetri. Potete usare anche altri DAC o dotarlo di RCA di ingresso per collegarlo a una sorgente esterna, il guadagno del circuito è di 15dB configurato con il CCS o un’induttanza.

Altre foto del mio montaggio

Una qualche strumentale…Qui sotto l’analisi di spettro del DAC sabre 9023P da solo, che mostra una distorsione praticamente nulla:

Questo invece è lo spettro del circuito con la UY227 portato a un’ampiezza d’uscita di 30Vpp, mostra una distorsione dello 0,18%…

La banda passante del circuito con la UY227 caricata con il CCS 10Hz 0db – 40khz -1dB…

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Mullard 520 Update 2020 – PushPull EL34 ultralineare in classe A da 20Watt

Un mese fa ricevo questa email: Ciao Stefano, se ti ricordi, da te presi due trasformatori mod. 6K6PP34 destinati al progetto mullard 520 con valvole EF86 – ECC83 – e due EL34. Mi dicesti che lo avresti modificato o rifatto, in realtà ho realizzato un assemblaggio precario ma non mi soddisfa come suona, sono ancora interessato ad un nuovo progetto logicamente studiato per i componenti in mio possesso l’unica mia pretesa è che preferisco un’alimentazione con diodi e non valvola raddrizzatrice, logicamente dovresti realizzarmi il trasformatore di alimentazione. Aspetto istruzioni, saluti “G”.

Mullard 520 – Anno 1956

Il circuito qui descritto è progettato per fornire i più alti standard di riproduzione del suono quando utilizzato in associazione con un preamplificatore adatto, una testina pick-up di e un sistema di altoparlanti di buona qualità.

Due pentodi di uscita Mullard, tipo EL34, con dissipazione anodica di 25 W, formano lo stadio di uscita del circuito. Questi sono collegati in una disposizione push-pull con carico distribuito e forniscono una riserva di potenza di uscita di 20W con un livello di distorsione armonica inferiore allo 0,05%. Lo stadio intermedio è costituito da un amplificatore catodico a divisione di fase che utilizza il doppio triodo Mullard, tipo ECC83. Questo stadio è preceduto da un amplificatore di tensione ad alto guadagno che incorpora il pentodo a basso rumore Mullard, tipo EF86. L’accoppiamento diretto viene utilizzato tra l’amplificatore di tensione e lo splitter di fase per ridurre al minimo gli sfasamenti delle basse frequenze.

L’anello di retroazione include l’intero circuito, in cui la tensione di retroazione viene derivata dall’avvolgimento secondario del trasformatore di uscita e viene iniettata nel circuito catodico dell’EF86. La quantità di feedback applicata intorno al circuito è di 30 dB, ma nonostante questo livello elevato, la stabilità del circuito è buona e la sensibilità è di 220mV per la potenza di uscita nominale. Il livello di ronzio e rumore è inferiore di 89 dB ai 20W nominali.

Il raddrizzatore utilizzato nella fase di alimentazione è il raddrizzatore a onda intera Mullard tipo GZ34. Ciò fornisce corrente sufficiente per l’amplificatore (circa 145 mA) e anche per il preamplificatore e il sintonizzatore radio FM (circa 35 mA) utilizzati con esso.

Quello che è successo a “G” è del tutto simile a quanto successo a fabrizio con i cloni Leak con la KT88 a cui lo schema mullard assomiglia tantissimo, ha montato uno schema risalente al 1956 e che aderiva agli standard qualitativi di più di 60 anni fà e il risultato uditivo non ha soddisfatto le aspettative di un’ascoltatore del 2020, i problemi sono del tutto simili a quelli avuti con il clone LEAK, come si legge anche nella descrizione Mullard del 1956 questo circuito ha ben 30dB di contro reazione, non mi stancherò mai di dire che la contro reazione ci vuole ma non bisogna abusarne, ho quindi rivisto lo schema Mullard per diminuire il tasso di NFB globale da 30 a 9dB, il minimo indispensabile per avere uno smorzamento decente, per fare ciò ho dovuto rimpiazzare la valvola sfasatrice originariamente ECC83 con una ECC82. Inizialmente volevo mantenere la EF86 connessa a triodo come ho fatto con il progetto delle KT88 perchè il cliente voleva riutilizzare i componenti che già possedeva, ma purtroppo le EL34 guadagnano di più delle KT88 quindi il tasso di NFB era ancora troppo, per riuscire a calarlo ho sostituito la EF86 triodata con la sezione di un’altra ECC82.

Questa problematica che con incontrato con il cambio da KT88 a EL34 dovrebbe essere di chiaro esempio a tutti coloro che continuano a produrre o comprare amplificatori che possono montare indistintamente EL34 e KT88, le 2 valvole sono diverse tra loro e un circuito che possa definirsi ottimizzato non può montarle entrambe punto a fine della questione. In ogni modo sul circuito possono essere montate, come finali, tutte le varie equivalenti della EL34 quindi cito le 6CA7, le KT66 e le KT77.

Il circuito è stato concepito, anzichè mono, come uno stereo integrato e monta oltre alle 4 EL34 anche 3 ECC82, la prima ECC82 viene utilizzata metà per ciascun canale. Visto che alcune persone prevenute pensano che la ECC82 non sia la meglio suonante delle valvole esse sono sostituibili con le E82CC, le 6189, le 5814A, le 6211 e diverse altre equivalenti, cambiando la connessione dell’alimentazione filamento sullo zoccolo si possono poi montare le 6CG7 e cambiando proprio zoccolo e connessioni anche le 6SN7, tutto senza modificare niente dello schema che ho prodotto e il trasformatore di alimentazione è già pensato per reggere il maggiore carico dei filamenti delle 6GC7 e delle 6SN7 rispetto le ECC82. Inoltre visto che le EL34 lavorano in classe A invece del semplice selfbias individuale mullard ho implementato il circuito di autobias di Blumlein che permette un’auto bilanciamento delle 2 valvole del pushpull con una precisione anche dell’1% a tutto giovamento sia sulla distorsione che del trasformatore che non sarà mai sottoposto a correnti DC indesiderate.

Ecco alcuni tra i vari contributi di Blumlein all’elettronica: prima di tutto, ha inventato lo stereo, il circuito ultra-lineare, il microfono a bobina mobile… ha registrato oltre cento brevetti in audio, TV e radar. Tragicamente, come Mozart, morì quando aveva ancora trent’anni.

Blumlein ha messo a punto anche un circuito di “auto-bias matching” che non mira a impostare una corrente di riposo specifica, ma lavora per mantenere entrambe le valvole alla stessa corrente di riposo; un bilanciatore in altre parole. Si rese conto che una discrepanza nella corrente di riposo delle 2 valvole avrebbe pregiudicato le prestazioni di un amplificatore push-pull, poiché avrebbe portato a una magnetizzazione parziale del nucleo del trasformatore di uscita, che riduce la sua induttanza, peggiorando la sua riproduzione a bassa frequenza e limitando la sua massima potenza in uscita.

Il suo circuito, all’epoca noto anche come “circuito giarrettiera”, utilizza una resistenza di catodo di valore doppio rispetto quello utilizzato in un normale circuito di self bias e il centro delle 2 resistenze di una valvola diventa il riferimento della griglia della valvola opposta. Quando una valvola conduce troppo, aumenta la tensione di polarizzazione sulla griglia della valvola opposta aumentando la sua corrente di riposo. Al contrario, se una valvola conduce troppo poco, abbassa la tensione di polarizzazione sulla griglia opposta facendo sì che anche l’altra diminuisca la sua corrente. Essendo però che le 2 valvole sono mutuamente incrociate una con l’altra alla fine la corrente di bias di entrambe si stabilizza ad un valore pressochè identico per entrambe, e questo avviene anche se le 2 non risultano per niente matchate! Anche se si inserisce nel circuito una valvola nuova e una parzialmente esaurita alla fine la corrente di bias delle 2 si stabilizzerà su un valore medio e uguale.

In fine come richiesto l’alimentazione del circuito è ottenuta con un rettificatore a diodi, con condensatori di generosa capacità e relativa induttanza di filtro, qui sotto lo schema premium.

Foto del montaggio di “G” saranno pubblicate quando disponibili.

 

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2 Responses to Mullard 520 Update 2020 – PushPull EL34 ultralineare in classe A da 20Watt

  • I trasformatori d’uscita che realizzo hanno tutti l’impedenza 4/6/8 ohm… il raddrizzamento a diodi ha un’impedenza molto più bassa e in un finale in classe AB si traduce in una maggiore stabilità della tensione sopratutto alle basse frequenze la dove con una raddrizzamento a valvola puoi vedere chiaramente anche con un banale tester la tensione che cade (molto di più che con i diodi) nei passaggi di volume maggiore per risalire dopo.. di fatto chi parla del “suono delle raddrizzatrici” parla della distorsione introdotta da un tensione di alimentazione instabile, per il resto ti rispondo per email

  • Buongiorno,
    Sarei interessato a costruire il circuito Mullard 520 modificato presente sul sito.
    Vorrei sapere il costo del kit trasformatori, compreso anche quello di alimentazione.
    Due domande:
    -È possibile avere i trasformatori finali con anche l’uscita per impedenza da 4ohm,?
    -Per l’alimentazione, secondo lei, è preferibile un circuito con valvola raddrizzatrice o, come nello schema, un ponte raddrizzatore a diodi?
    Ovviamente con le dovute modifiche sia al trasfomatore che al circuito…

    Grazie in anticipo per la risposta e mi scuso per il disturbo.

    Andrea Mangano

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Single Ended KT88/6550 con ECC85: da “citofono” a vero amplificatore hi-fi

-> Lo schema e il set di trasformatori non sono più acquistabili per autocostruzione, chi fosse interessato può ora acquistare SB Phoenix. <-

Questo articolo nasce per mettere ordine in una storia che, purtroppo, si ripete spesso: un amplificatore a valvole dichiarato “KT88 single ended classe A”, costruito attorno ad una scheda PCB venduta come kit, finisce in mano ad un appassionato che all’inizio è contento, poi cambia impianto, cambia diffusori, cambia ambiente e scopre che qualcosa non torna. In casi come questo non basta dire “suona bene o suona male”, serve capire cosa sta succedendo dal punto di vista elettrico e, soprattutto, quanto l’amplificatore sia compatibile con un vero carico, cioè un diffusore.

L’oggetto del contendere è uno di quei progetti che sulla carta sembrano semplici e invitanti: una KT88 in single ended, un ingresso con valvola piccola, trasformatori “inclusi”, qualche componente “audiofilo” messo lì a fare scena e una promessa implicita, quella di ottenere un suono importante con pochi watt. Il problema è che molte di queste PCB, dietro ad un layout ordinato e ad un cablaggio apparentemente facile, nascondono compromessi pesanti e veri e propri orrori progettuali. Non sto parlando di gusti o di “scuole di pensiero”, parlo di errori che si vedono a banco prova e che poi si traducono in una cosa molto semplice: l’amplificatore non si comporta da amplificatore quando lo colleghi ad una cassa.

Da questa esperienza, e da altre simili, è nato un progetto completamente diverso per filosofia e risultati: Phoenix. Non una “riparazione” cosmetica, non una toppa, non un “cambiamo due condensatori e preghiamo”, ma una riprogettazione che parte dai numeri e arriva all’ascolto. In altre parole, l’idea non era rendere accettabile un progetto nato male, ma dimostrare cosa succede quando si progetta davvero un single ended per funzionare con un diffusore reale, con trasformatori adeguati e con scelte circuitali coerenti.

Un bel giorno ricevo questo messaggio:

Possiedo da poco un amplificatore che monta delle KT88 in single ended classe A ultralineare, non l’ho realizzato io ma l’ho acquistato già assemblato da terzi. A farla breve, all’inizio nel mio impianto il suono mi piaceva, un po’ particolare, ma non mi sembrava male. Quando poi un amico mi ha prestato un pre Arc sp3 mi è piaciuto ancora di più. Poi l’errore fatale: lo porto a casa del mio amico e nel suo impianto, collegato a delle Klipsch La Scala, fa letteralmente pena, tipo citofono. Un trauma! Le chiedo: sarebbe possibile renderlo un ampli ben suonante? Per la cronaca, l’apparecchio monta delle JJ. Il mio impianto: diffusori Klipsch kg4, pre Carver c6, giradischi Aiwa ap2500 con Dynavector 10×5 neo; giradischi Dual con Shure v15III + Jico sas. Impianto del mio amico: Klipsch La Scala, finale Diego Nardi con 2a3, giradischi Dual con Shure m91 + Jico sas. Ovviamente, posso inviarle foto e ulteriori dettagli. La ringrazio in anticipo e Le porgo cordiali saluti.

Il messaggio era chiarissimo, e non solo per il “citofono”. Quando un amplificatore cambia faccia in modo così drastico al cambiare del diffusore, quasi sempre c’è un indizio tecnico preciso: interazione con l’impedenza, gestione del carico reattivo, stabilità, smorzamento, margine di controreazione, comportamento del trasformatore d’uscita e, in generale, capacità del circuito di restare lineare fuori dal “mondo ideale” della resistenza fittizia.

Era evidente che si trattava di uno dei tanti impresentabili, un single ended di KT88 dichiarato “di razza”, ma in realtà connesso in ultralineare e pilotato da una ECC88, costruito attorno ad una PCB di dubbia provenienza. Il tutto montato in una scatola di legno rappezzata alla meglio, con maniglie da ferramenta e trasformatori anch’essi ignoti, senza etichette, senza dati e senza alcuna garanzia sulla corretta dimensione per il servizio richiesto. In casi così la domanda non è “perché suona male”, ma “come fa a suonare in modo tollerabile in certe condizioni”. Insomma la solita schifezza montata da uno dei tanti cantinari che appestano Facebook.

Prima ancora di ragionare di componenti, la prima cosa che faccio è sempre la stessa: misure di base, semplici, ripetibili. Segnale sinusoidale, carico resistivo, potenza bassa. È il test più elementare, e proprio per questo è impietoso, perché se un amplificatore mostra già qui un problema serio, significa che c’è qualcosa di strutturale. All’oscilloscopio, su carico resistivo, alla potenza di 1 watt usciva una sinusoide del genere:

In giallo il segnale del generatore, in azzurro il segnale dell’amplificatore. La semionda risulta fortemente compressa, come se il circuito avesse una “preferenza” per una metà del ciclo. Questo non è un dettaglio estetico: significa asimmetria, significa generazione di armoniche pari in modo anomalo, significa che il punto di lavoro si sposta e che la linearità è già compromessa prima ancora di chiedere potenza. Sotto si può vedere la relativa analisi di spettro.

La distorsione era del 2,4% a 1 watt su carico resistivo. A prescindere da ogni “filosofia audiofila”, un numero così è la firma di un progetto che non sta lavorando nel suo regime corretto, oppure di una scelta circuitale che introduce distorsione intrinseca e non controllata. In questo caso il motivo principale era uno, ben riconoscibile: l’utilizzo della connessione ultralineare in una configurazione single ended, situazione di cui ho già parlato in questo articolo. In breve, l’ultralineare in single ended non è la scorciatoia “magica” che molti credono. Può trasformarsi in un generatore di problemi: linearità peggiore dove servirebbe stabilità, comportamento penoso con carichi veri e una potenza che, spesso, non è quella che ci si aspetta.

Sempre per colpa della connessione ultralineare la potenza RMS massima erogabile dal circuito era di 6 watt per canale. E qui arriva un’altra trappola classica: “6 watt” sembrano tanti finché non li metti in relazione con la distorsione e con il tipo di carico. Un watt pulito e stabile vale più di diversi watt distorti, perché è quello che usi davvero per la maggior parte del tempo durante l’ascolto, specialmente con diffusori ad alta efficienza dove la qualità del primo watt è tutto.

Misurando la banda passante volevo vedere come andassero i trasformatori. Erano riciclabili, almeno quelli? E soprattutto, si comportavano in modo coerente con la potenza dichiarata e con un single ended di KT88? La risposta, come spesso accade con trasformatori “senza nome”, è arrivata subito.

Meglio lasciar perdere. Non per pignoleria, ma perché un trasformatore d’uscita in un single ended è metà amplificatore. Se quello non regge, puoi cambiare valvole, condensatori, resistenze, puoi “ritarare” finché vuoi, ma stai sempre guidando con le gomme quadrate. Il risultato è un suono che può anche sembrare piacevole finchè non senti un vero amplificatore.

A quel punto la domanda vera era un’altra: come si comportava il circuito su carico reattivo? Qui vengono fuori i problemi seri, quelli che spiegano perfettamente perché con un diffusore “facile” l’utente poteva illudersi e con una cassa più impegnativa, o semplicemente più rivelatrice, l’amplificatore diventava un citofono. Vediamo una semplice sinusoide a 1kHz, 1 watt su carico reattivo…

Sembra clippata? Sì, ma è un clipping strano, e infatti non è clipping nel senso classico del termine. È un insieme di più problemi di progettazione del circuito che si sommano: margine dinamico reale ridotto, impedenze interne alte dove non dovrebbero esserlo, gestione discutibile della griglia schermo, trasformatori che reagiscono male alla componente reattiva e, in generale, un progetto che “si siede” appena l’energia deve davvero fluire nel carico. Questa forma d’onda morsicata perdurava anche portando il volume dell’amplificatore a pochi milliwatt di potenza, segno che non era un limite di potenza, ma un difetto di comportamento intrinseco. In pratica, era completamente incompatibile con il carico reattivo che rappresenta, bene o male, ciò che l’amplificatore vede quando è collegato ad una cassa.

Si può vedere l’analisi di spettro assolutamente disastrosa, con un 10% di distorsione complessiva ad un solo watt RMS. Capisco perfettamente il proprietario che l’ha definito citofono. E la parte tragicomica è che questi oggetti spesso vengono venduti come “Pura classe A single ended Hi-End” e magari, in foto, fanno pure scena. Peccato che poi, quando fai una misura che abbia senso per l’uso reale, il castello crolla.

Con lo smorzamento non si andava meglio: DF di 1,6. Tradotto in termini pratici, significa controllo scarso del woofer e risposta che cambia in modo vistoso con l’andamento dell’impedenza del diffusore. È il motivo per cui certi amplificatori sembrano “gonfi” o “mosci” in basso, e per cui un cambio di cassa può trasformare completamente l’ascolto. L’analisi della risposta in frequenza su carico reattivo dimostra gli effetti di tutto questo in modo molto chiaro.

Il resto delle strumentali che ho acquisito è superfluo, inutile, perché quando un circuito mostra problemi così evidenti già sui test fondamentali, non serve “fare poesia” con altre misure. Alla fine si poteva salvare ben poco di quell’apparecchio: un paio di Mundorf, il trasformatore di alimentazione e qualche altro pezzetto qua e là. Tutto il resto, dal concetto ai trasformatori d’uscita, era da rifare se l’obiettivo era ottenere un amplificatore che suonasse davvero bene su un diffusore reale.

Lo schema e il set di trasformatori non sono più acquistabili per autocostruzione, chi fosse interessato può ora acquistare SB Phoenix. Phoenix è, di fatto, la risposta “matura” a questo genere di casi: un single ended progettato con criteri corretti, misurato con carichi sensati, e pensato per essere ascoltato.

Lo stadio di ingresso è formato da una inconsueta (ma non troppo) ECC85 doppio triodo VHF che generalmente si trova utilizzato nei ricevitori FM delle radio a valvole e che è stata usata anche in alcuni amplificatori Luxman, tra cui il 3600. Qui la scelta non è “strana per fare scena”, ma funzionale: serve una valvola veloce, capace di swing e con caratteristiche adatte a pilotare con criterio uno stadio finale importante, senza dover mettere tre stadi in cascata solo per inseguire guadagno. La valvola è stata caricata con una sorgente di corrente costante a transistor, usando il classico MJE350. Questa soluzione permette di ottenere uno stadio con impedenza d’uscita più bassa, risposta più pronta e un comportamento più pulito anche quando le richieste dinamiche aumentano.

Questa scelta è venuta per cercare di fare tutto con una sola valvola driver, senza dover moltiplicare gli stadi e senza pagare in termini di rumore, accoppiamenti e “effetti collaterali” tipici delle catene troppo lunghe. Al contempo, l’obiettivo era ottenere un suono brillante e ricco di dettaglio, ma non tagliente, cioè un suono “fresco” nel senso buono del termine. Una ECC83 caricata con una resistenza sarebbe stata molto più calda e con un comportamento diverso, e il cliente chiedeva esplicitamente un’impostazione più aperta e veloce. In questo contesto, il CCS a transistor ci stava davvero a fagiolo.

Al posto della ECC85 si può utilizzare anche la più comune ECC81 che ha pressocché le stesse caratteristiche elettriche, basta solo avere premura di rispettare la diversa connessione dei pin relativi al filamento. Come finali si possono montare KT88 / 6550 / KT90, mantenendo la coerenza del progetto e rispettando i punti di lavoro previsti.

La finale è connessa a pentodo puro, polarizzata a bias fisso servo-controllato. Questo significa che c’è un circuito attivo che si occupa di regolare il bias automaticamente, mantenendo la valvola in una condizione stabile nel tempo. Non è la stessa cosa del selfbias, dove una resistenza (e il suo condensatore di bypass) introducono una reazione locale e una componente reattiva che, in certe condizioni, può anche diventare parte del “carattere” dell’amplificatore. Qui l’obiettivo è diverso: stabilità, ripetibilità, prestazioni misurabili e comportamento prevedibile anche quando cambiano valvole, temperatura e rete elettrica.

Ovviamente c’è NFB dove serve e nella misura corretta, perché se si vuole avere il giusto smorzamento del diffusore, non si scappa. La controreazione non è un insulto, è uno strumento. Usata bene migliora il controllo, riduce la distorsione nei punti critici e rende l’amplificatore meno schiavo delle variazioni del carico. Usata male, o messa “per far tornare i conti”, crea altri problemi. Qui è stata integrata con criterio, partendo proprio dai limiti osservati negli amplificatori dei cantinari.

La sezione di alimentazione è formata dalla classica cella CLC con una vera induttanza e non un giratore a MOSFET, capacità generose e condensatori buoni. L’alimentazione in un valvolare non è un accessorio, è parte integrante del suono e delle prestazioni. Se la tensione “respira” in modo sbagliato, se le correnti impulsive si portano dietro cadute e recuperi lenti, se le griglie schermo non sono alimentate come si deve, si ottengono distorsioni che poi qualcuno scambia per “musicalità” solo perché non ha mai ascoltato un circuito davvero lineare e stabile.

La tensione per la griglia schermo è ottenuta con un circuito chiamato divisore di tensione che permette di avere una tensione inferiore a quella di ingresso rispetto al rapporto stabilito da un partitore resistivo ma esce a bassa impedenza. In pratica, se si alimentano le G2 con una tensione ottenuta dalla classica cella RC, la tensione non è stabile perché quando il segnale audio supera certi limiti e la G2 comincia a richiedere corrente, la tensione ai capi del condensatore cade gradualmente al perdurare del segnale e si ricarica quando questo smette, causando distorsioni di memoria. Queste distorsioni consistono nello spostamento del punto di lavoro della valvola in base al segnale “passato”, con effetti udibili soprattutto su dinamica e timbro. Il divisore di tensione, anche se non è stabilizzato (perché regola in base a cosa entra), invece ha un’impedenza molto bassa e non è turbabile in modo significativo dall’assorbimento della G2, mantenendo il comportamento del finale più coerente.

Era utilizzabile il trasformatore di alimentazione originale, mentre ho provveduto a fornire due nuovi trasformatori di uscita SE6K-KT88 e l’induttanza. In un intervento del genere, i trasformatori d’uscita sono la chiave: senza quelli, non esiste “upgrade” che tenga. Qui l’idea era dare al circuito una base solida e corretta, e poi misurare, verificare, rifinire. Vediamo il montaggio che è stato fatto dal cliente:

A questo punto la domanda è semplice: dopo la riprogettazione e con trasformatori adeguati, che strumentali ha esibito il circuito? Qui non interessa fare “numeri da vetrina”, interessa verificare che l’amplificatore sia diventato un oggetto coerente: potenza reale, distorsione bassa dove conta, stabilità e controllo su carico reattivo, cioè in condizioni simili a quelle di utilizzo con un diffusore.

Che strumentali ha esibito questo circuito?

Potenza: 9,8 Watt RMS
Smorzamento DF: 5,6

Già questi due numeri, presi insieme, raccontano molto. Quasi 10 watt RMS reali in single ended con KT88 e, soprattutto, un fattore di smorzamento finalmente sensato. Non è “la gara dei watt”, è il segnale che il circuito non sta collassando appena incontra un carico difficile. Un DF di questo livello significa controllo migliore del diffusore, risposta più prevedibile e minore dipendenza dall’andamento dell’impedenza, cioè esattamente ciò che mancava al progetto di partenza.

Banda passante 10Hz -0,2dB / 40kHz -1dB

Questa è la classica misura che, quando è fatta con criterio e con trasformatori seri, non serve a “vantarsi”, ma a dimostrare che l’uscita è stata progettata per lavorare bene su tutta la banda audio, senza code strane e senza collassi prematuri. In un single ended, una banda passante corretta è anche un indicatore indiretto della qualità del trasformatore e della compatibilità tra trasformatore e circuito.

Distorsione THD @ 1 watt su carico resistivo: 0,37%

Dal 2,4% allo 0,37% a parità di condizione, e stiamo parlando dello stesso “ordine di test” che prima già mostrava asimmetria e compressione. Questo è uno dei motivi per cui insisto sempre sui test fondamentali: se sistemi le cause, il miglioramento non è sottile, è macroscopico. E soprattutto, non è un miglioramento “da laboratorio”, perché poi lo stesso approccio si riflette sul comportamento con carico reattivo e all’ascolto.

Com’è la sinusoide a 1 watt sul carico reattivo???

Ed eccoci al punto chiave. Qui si vede se un amplificatore è stato progettato per suonare su una cassa oppure per fare bella figura su una resistenza. Il carico reattivo mette in crisi ciò che è debole: margini, stabilità, alimentazioni, trasformatori e controreazione. Se qui la forma d’onda è pulita e coerente, significa che l’amplificatore sta davvero guidando un carico simile a quello reale senza impazzire.

E la distorsione sul carico reattivo? Sempre a 1 watt: 0,067%. Sì, perché un amplificatore fa suonare una cassa, non lo si ascolta collegato ad una resistenza. Distorcere poco su carico resistivo è facile, lo è di meno su quello reattivo. Saper progettare un circuito vuol dire anche cercare di farlo andare meglio collegato a un vero diffusore e non solo su una resistenza per esibire solo una strumentale. Se un amplificatore resta composto e lineare su carico reattivo, poi all’ascolto succede una cosa che l’utente descrive sempre nello stesso modo: il suono cresce in dimensione, non in fastidio.

Quadre a 100Hz / 1k / 10k…

Le onde quadre non si ascoltano, ma raccontano molto: velocità, stabilità, overshoot, ringing, comportamento del trasformatore e margine della controreazione. Sono un modo rapido per capire se il circuito è “sotto controllo” o se sta lottando con sé stesso. Qui le quadre mostrano un comportamento pulito e coerente, senza le aberrazioni tipiche dei progetti raffazzonati.

La triangolare che mostra la perfetta simmetria dell’onda

La triangolare è un altro test semplice ma rivelatore: mette in evidenza la linearità e la simmetria del trasferimento, cioè esattamente ciò che prima era compromesso dalla compressione di semionda. Qui l’onda è pulita e simmetrica, segno che il circuito lavora in modo coerente e che non c’è una metà del ciclo “più debole” dell’altra.

E l’andamento della risposta in frequenza sul carico reattivo

Questa è la misura che chiude il cerchio, perché riassume in un colpo solo ciò che interessa davvero: come reagisce l’amplificatore quando il carico non è una resistenza ideale ma un sistema complesso. Se qui l’andamento è regolare e controllato, allora hai un single ended che non cambia carattere a seconda della cassa, e che non ti costringe a cercare “diffusori facili” come stampella per mascherare i difetti del progetto.

Come suona ce lo dice il cliente che ha realizzato lo schema premium con i trasformatori SB-LAB: La potenza è più che sufficiente, a ore 10 riempie la stanza di suono. Il contenuto armonico degli strumenti ad arco è notevole. La domanda viene spontanea, ma fin’ora cosa %$£§ ho ascoltato? Perdonami il francesismo… Non ho mai ascoltato un tale insieme di dolcezza, dettaglio e raffinatezza. Praticamente sto ascoltando le Tannoy per la prima volta! È incredibile, non c’è la minima traccia di durezza, il suono è una carezza, anche a volume alto. La scena è mozzafiato, sembra di avere un’orchestra in camera, non stanca mai, bassi e medi sono favolosi! Ma ripeto, la cosa che più mi ha sconvolto, è che non si sente proprio la pressione sonora, aumento il volume e il suono diventa più grande, non più forte. Mai successo prima! Ti faccio i miei complimenti. È stata una storia lunga ma ne è valsa la pena.

Ecco il punto: quando un single ended è progettato bene, la potenza non è più una “corsa al numero”, diventa semplicemente adeguata. Il dettaglio non è un trucco dato da distorsione e asprezza, ma informazione reale. La dolcezza non è una coperta che nasconde, è assenza di artefatti. E soprattutto, la sensazione di volume cambia perché non stai ascoltando un amplificatore che fatica, ma un amplificatore che controlla. Questa storia, partita da un apparecchio cantinaro con una PCB piena di compromessi, ha portato alla nascita di Phoenix proprio perché certi errori, una volta visti e misurati, non si possono più ignorare.

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