Revisione finale valvolare Klimo Kent Silver

I Klimo Kent Silver sono finali monofonici a valvole che hanno lasciato un segno ben riconoscibile nel panorama hi-fi italiano. Attorno a questi amplificatori continua ancora oggi a esserci un certo interesse, sia da parte di chi li possiede da anni, sia da parte di chi li acquista usati e si trova poi a fare i conti con manutenzioni trascurate, componenti invecchiati e riparazioni eseguite in modo discutibile. Il loro fascino è legato anche alla classica architettura push-pull con EL34, ad una estetica molto essenziale e ad un nome che, nel tempo, si è ritagliato una sua notorietà tra gli appassionati del valvolare.

Proprio per questo motivo, quando un apparecchio del genere arriva sul banco, non ha senso limitarsi alla sostituzione di qualche componente guasto. Bisogna capire come è stato costruito, in che condizioni è arrivato, quali compromessi progettuali sono stati adottati in origine e quali danni possono essere stati causati da precedenti interventi poco professionali. In questo caso mi sono occupato della riparazione e del restauro di una coppia di Klimo Kent Silver arrivati in condizioni disastrose, pesantemente segnati da manomissioni e riparazioni improvvisate.

Questo articolo non è una recensione in stile audiofilo. È una analisi tecnica con osservazioni pratiche, misure strumentali e considerazioni circuitali utili anche a chi possiede lo stesso amplificatore e vuole capire se necessita di una revisione seria, di un restauro completo o semplicemente di un controllo eseguito con criterio.

Condizioni iniziali e stato dell’apparecchio

Il Klimo Kent Silver è un amplificatore a valvole dichiarato per 35 watt continui, anche se, come vedremo più avanti, nella pratica la potenza reale su 8 ohm è inferiore. Al di là dei numeri di targa, la cosa più importante in un caso come questo era valutare i danni causati dai precedenti tentativi di riparazione.

L’esame iniziale ha evidenziato una lunga serie di problemi: saldature grossolane, componenti saldati sopra i moncherini di altri rimossi malamente, parti mancanti o danneggiate, fissaggi di fortuna e varie anomalie tecniche. In casi del genere il primo lavoro non è ancora la riparazione vera e propria, ma capire esattamente cosa è stato alterato rispetto alla configurazione originale.

L’obiettivo del restauro non era quello di trasformare il Kent Silver in qualcosa che non è, ma di riportarlo ad una condizione elettricamente corretta, affidabile e coerente con le sue possibilità reali. Anche un apparecchio nato con compromessi evidenti può tornare a funzionare bene, a patto che venga rimesso in ordine con metodo e competenza. Qualche foto delle condizioni in cui mi sono arrivati:

In breve, il quadro iniziale comprendeva zoccoli in resina spaccati e incollati, condensatori deteriorati o esplosi, componenti lasciati mobili e fissati provvisoriamente con colla a caldo. È il classico scenario in cui una riparazione fatta male finisce per peggiorare i difetti originali dell’apparecchio.

A questo proposito, un piccolo consiglio pratico. Prima di smontare apparecchi pieni di cavi sterling, spesso tutti dello stesso colore marrone, conviene sempre segnare i collegamenti e fotografare tutto con attenzione. Una volta staccati, rimetterli correttamente può trasformarsi in un rebus. I segni di pennarello sui cavi marroni spesso si vedono poco o non si vedono affatto. Uno smalto per unghie colorato, invece, si nota subito. Oltre a essere utile per bloccare temporaneamente trimmer e piccole viti senza sigillarli in modo definitivo, torna comodo anche per questo. Si trova facilmente in molti colori e a pochi euro, quindi è una soluzione semplice ma molto pratica.

Intervento di riparazione e restauro

Dopo aver smontato le schede, ho iniziato con una spazzolatura accurata, concentrandomi soprattutto nelle zone interessate dalle saldature. Questo passaggio era indispensabile perché, come ho riscontrato anche in altri apparecchi Klimo, la pulizia delle schede in fase di assemblaggio non era certo impeccabile. Col tempo, residui di flussante finiscono per favorire l’ossidazione e la corrosione del rame.

Successivamente ho eseguito un lavaggio completo delle schede, perché in questo caso lo stato generale era particolarmente pessimo. Ho sostituito gli zoccoli delle finali e tutti gli elettrolitici, ad eccezione dei condensatori blu originali che risultavano ancora in buone condizioni, oltre ad alcune resistenze che non ritenevo più affidabili. Solo dopo questo lavoro si è potuto procedere al rimontaggio con un minimo di ordine e di coerenza tecnica.

Trasformatore di uscita e impedenza di carico

Passando al circuito, una delle prime cose che si notano è che l’amplificatore dispone soltanto di 2 morsetti per gli altoparlanti. La presenza di una morsettiera interna, tra il trasformatore di uscita e i connettori a banana, potrebbe far pensare alla possibilità di ricombinare i fili per ottenere impedenze diverse. Potrebbe però trattarsi anche di una semplice scelta costruttiva per facilitare il cablaggio del trasformatore. In assenza di una documentazione tecnica ufficiale, è più prudente considerare il secondario come fisso.

Con 8 ohm applicati al secondario, il trasformatore di uscita riflette circa 8kohm sul primario. Questo significa che collegando diffusori con impedenze diverse, l’impedenza riflessa alle valvole cambia, e con essa cambia anche la potenza disponibile, comportamento dinamico, distorsione e persino la zona di funzionamento tra classe A, AB e una conduzione più vicina alla classe B.

Per questo motivo sconsiglio vivamente di utilizzare casse con impedenza inferiore a 8 ohm, specialmente su questo amplificatore e con questo particolare sistema di bias, del quale parlerò tra poco. In pratica il Kent Silver eroga circa 25 watt su 8 ohm, mentre i 35 watt dichiarati potrebbero avere senso solo su un carico di 4 ohm. Come spesso accade nel mondo commerciale, il numero più comodo da scrivere sul dépliant non coincide sempre con quello più significativo nell’uso reale.

Il sistema di bias e i suoi limiti

Il sistema di polarizzazione impiegato in questo circuito è, a mio parere, uno dei compromessi più discutibili dell’intero progetto. L’amplificatore lavora in classe AB, ma utilizza un sistema di auto-biasing, cioè un self-bias catodico. Il problema è che il self-bias ha senso solo in classe A, dove la corrente media nelle valvole resta sostanzialmente costante. In classe AB, invece, la corrente a riposo è molto più bassa della corrente media assorbita quando l’amplificatore entra in regime dinamico.

Questo significa che in un finale in classe AB con self-bias il punto di lavoro non resta fermo, ma si sposta continuamente seguendo il segnale. In altre parole, il bias diventa ballerino. La tensione al catodo cresce quando il finale viene sollecitato, il punto di lavoro si muove, e il condensatore di bypass catodico introduce inevitabilmente tempi di carica e scarica che generano distorsioni di memoria.

Nel video qui sotto mostro proprio questo comportamento. La tensione al catodo di una delle EL34 è di circa 32volt a riposo e supera i 40volt aumentando il segnale in ingresso. Nel video alzo e abbasso il segnale apposta per mostrare chiaramente come la polarizzazione salga e scenda insieme al livello del segnale.

Ecco anche perché sconsigliavo l’uso di carichi inferiori a 8 ohm. In quella condizione il funzionamento si avvicina ancora di più alla classe B, il salto di tensione ai catodi aumenta e con esso peggiorano le distorsioni. Non solo. I condensatori originali che ho trovato, nominalmente da 100 volt, erano esplosi. È molto probabile che abbiano pagato anche questo tipo di sollecitazione.

Paradossalmente sarebbe bastato ben poco per ottenere una soluzione più seria. Se proprio si voleva contenere il costo, sarebbe stato preferibile adottare un bias fisso semplice, magari non regolabile, ma comunque più sensato per una configurazione di questo tipo. Invece ci si ritrova con un compromesso che fa risparmiare qualche componente ma peggiora inutilmente il comportamento del finale.

Tensioni di lavoro e valvole finali EL34

Su questi Klimo Kent circola spesso la convinzione che le EL34 siano tirate per il collo a oltre 500volt e che questo spieghi la loro cattiva fama in termini di affidabilità. In realtà, misurando con precisione, la situazione è un po’ diversa. Il condensatore di livellamento principale, che infatti va scelto da 500volt, durante l’accensione vede un picco di circa 470volt, ma poi la tensione si assesta intorno ai 420-430volt una volta che le valvole sono entrate in temperatura.

La dissipazione anodica a riposo risulta di circa 25 watt per valvola. Non è un valore assurdo, ma è comunque piuttosto tirato. Personalmente ritengo che sarebbe stato più saggio stare un po’ più bassi, ad esempio attorno ai 22 watt, per alleggerire il lavoro delle finali e migliorare il margine di affidabilità nel lungo periodo. Una parte della leggenda secondo cui le valvole su questo amplificatore durino poco potrebbe essere nata anche dalle EL34 EI montate originariamente su alcuni esemplari.

A mio parere si tratta di valvole sopravvalutate e, in molti casi, anche fragili. Oggi si vedono ancora in vendita quartetti NOS proposti a prezzi fuori da ogni logica, con descrizioni enfatiche che puntano tutto su dettagli folkloristici come il getter, la tripla mica o altre amenità usate per farle sembrare speciali. La realtà pratica è molto meno romantica. Si trattava di una fabbrica che, nei primi anni 80, era rimasta a sopperire alla richiesta residua di valvole che il mercato ancora richiedeva nel pieno boom del transistor. Costruite nel modo più approssimativo e spartano possibile, sono valvole che ho visto guastarsi in più di una occasione senza essere state maltrattate. Il mio consiglio resta quello di lasciarle dove sono e di non buttare soldi pensando che, solo perché sono NOS, allora siano anche di buona qualità.

Misure strumentali

Veniamo ai dati. Come già anticipato, la potenza RMS su 8 ohm è di circa 25 watt. Il fattore di smorzamento è intorno a 6. Qui sotto riporto il grafico di banda passante, con il punto di attenuazione di -1dB che cade attorno ai 15khz.

Il grafico risulta chiaramente piuttosto artefatto. Anche senza disporre inizialmente dello schema, all’interno del circuito si notano diversi filtri RC complessi sia attorno alla rete di controreazione sia sulle griglie delle finali. Questo lascia pensare che, per far rientrare il comportamento del finale entro limiti accettabili, sia stato necessario correggere problemi non trascurabili del trasformatore di uscita. Anche la rotazione di fase risulta piuttosto accentuata.

La distorsione armonica a 1 watt si attesta intorno allo 0,3%. Nello spettro si vedono chiaramente anche componenti che fanno pensare a prodotti di intermodulazione attorno alla fondamentale. Questo può dipendere sia dai limiti del trasformatore, sia dal comportamento complessivo del circuito in presenza di controreazione.

Quadre a 100Hz, 1khz e 10khz

Piccole riflessioni personali. Come suona?

Intento sarcastico: il Klimo Kent Silver è un amplificatore che offre un’esperienza sonora straordinaria, caratterizzata da autenticità, chiarezza e coinvolgimento assoluto. La bassa distorsione armonica, ferma a circa lo 0,3% già a 1 watt, ne testimonia la raffinatezza progettuale e la naturale predisposizione ad una riproduzione musicale di altissimo livello.

Con una potenza costante di 35 watt, il Klimo Kent Silver spalanca una scena sonora ampia e profonda, di precisione millimetrica e di impressionante tridimensionalità. L’immagine è ferma, scolpita, quasi olografica. Le dinamiche più complesse vengono restituite con autorevolezza, pulizia e controllo assoluto.

La voce umana emerge calda, trasparente e precisa. Gli strumenti si materializzano nello spazio con un dettaglio cristallino, restituendo ogni minima sfumatura interpretativa. Anche con la grande musica il Kent Silver sa distinguersi, offrendo una ricostruzione credibile, ariosa e carica di emozione.

In sintesi, il Klimo Kent Silver è un amplificatore sorprendente, capace di eccellere con qualsiasi genere musicale e di offrire una esperienza d’ascolto profondamente coinvolgente.

In realtà ho potuto ascoltare questi amplificatori soltanto con i diffusori disponibili in laboratorio, e quello che posso dire con certezza è che, una volta rimessi in sesto, il loro funzionamento è risultato coerente con quanto emerso dalle misure e dai test strumentali. Il tono sarcastico della finta recensione qui sopra non è rivolto al Klimo Kent Silver in sé. Serve piuttosto a prendere in giro un certo modo di parlare di alcune riviste audio, riempite di fiumi di parole suggestive ma più vuote di un barile di birra dopo l’Oktoberfest.

Ogni tanto qualcuno definisce questi miei articoli come recensioni, ma non è questo il punto. Quello che faccio è analizzare circuiti, osservare soluzioni progettuali, misurare, verificare, e condividere ciò che ne esce, nel bene e nel male. Quando trovo una scelta ben fatta lo dico. Quando trovo un compromesso discutibile, lo dico ugualmente.

La finta sezione “Come suona?” nasce proprio da questo. Cercando inutilmente lo schema di questi Klimo Kent, mi ero imbattuto in uno scritto in cui si cercava addirittura di metterli sullo stesso piano dei GM20 di Graaf, con tanto di conclusione finale sostanzialmente in parità.

Francamente no. Qui si stanno confrontando apparecchi di livello molto diverso. E questo non c’entra con il gusto personale o con il tifo da marchio. Anche senza essere un fan degli OTL, dal punto di vista tecnico e costruttivo non si può mettere sullo stesso piano l’attenzione progettuale di un GM20 con quella di un Klimo Kent, che resta un apparecchio costruito con compromessi evidenti e con un budget decisamente più contenuto.

Riparazioni parziali e modifiche senza senso

Mi è capitata anche un’altra coppia di Klimo Kent Silver, arrivata sempre dopo il passaggio dalle mani dello scemo del villaggio. In uno dei due amplificatori era saltato un condensatore di alimentazione, e il fenomeno aveva pensato bene di cambiare solo quello guasto, lasciando l’altro apparecchio completamente originale. Risultato: il cliente si è ritrovato con due amplificatori che non erano più uguali, uno con componenti nuovi e l’altro con componenti vecchi e già al limite. Tra l’altro, anche il condensatore rimasto nell’altro finale era ormai vicino alla fine della sua vita, quindi era solo questione di tempo prima che saltasse anche quello. Questo è il classico esempio di lavoro fatto senza alcun criterio: quando si interviene su una coppia di monofonici, soprattutto su componenti critici come gli elettrolitici di alimentazione, si sostituiscono in entrambi gli apparecchi, non uno sì e uno no.

Il capolavoro però era un altro. Su entrambi gli amplificatori qualcuno aveva deciso di sostituire il cavetto di segnale che va dal connettore RCA alla scheda usando dei fili di rame pieno da circa 3 mm, perché così, a suo dire, il segnale era più “correntoso”.

Ovviamente nessuna schermatura, e il filo passava a meno di un centimetro dal ponte raddrizzatore e da tutta la zona dell’alimentazione, praticamente nel punto peggiore possibile, bello lì a captare disturbi e sporcizia.

Siamo a livelli di scemenza piuttosto alti, perché il segnale in quel punto è a bassissimo livello e l’unica cosa che serve è un cavetto schermato fatto bene, non certo un tondino di rame! Ovviamente ho eliminato tutto e ho rimesso due semplici spezzoni di cavetto audio a doppia schermatura Proel, che è esattamente quello che serve in quella posizione.

Queste cose purtroppo succedono perché molti appassionati si fanno trascinare da teorie strane, mode, forum, “guru” improvvisati e personaggi che parlano di correnti, rame miracoloso, direzionalità dei fili e altre fantasie, senza avere la minima idea di come funzioni davvero un circuito. Il risultato è che apparecchi anche buoni vengono rovinati da modifiche inutili o addirittura dannose. Il consiglio che mi sento di dare è semplice: prima di mettere mano ad un amplificatore, o di farlo modificare, chiedetevi se chi lo sta facendo ha davvero capito come funziona quel circuito, oppure se sta solo applicando qualche teoria letta su internet. Perché tra migliorare un apparecchio e rovinarlo, spesso, la distanza è molto più piccola di quanto si pensi.

Conclusioni

In conclusione, il Klimo Kent Silver è un amplificatore interessante, ma va guardato per quello che è realmente. Non è un mostro sacro intoccabile, e non è nemmeno da buttare. È un apparecchio che può tornare a funzionare bene, ma che richiede una revisione fatta con criterio, soprattutto quando arriva da anni di uso, inattività o interventi improvvisati.

Se possedete un Klimo Kent Silver e notate instabilità, rumori anomali, finali che si affaticano troppo, condensatori sospetti, zoccoli deteriorati o semplicemente non sapete in che stato si trovi davvero il vostro amplificatore, la cosa migliore è farlo controllare seriamente. Su apparecchi di questo tipo, improvvisare è il modo più rapido per peggiorare la situazione.


Schema elettrico che mi è stato mandato da un lettore del sito

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11 Commenti
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sandrelli
sandrelli
2 anni fa

Ah ecco dove avevo visto lo schema del silver…su uno dei 3 libri di Macrì che fra l’altro possiedo, comprati in fiera tanto tempo fa !

Aldo
Aldo
2 anni fa

I finali in questione sono i miei, acquistati naturalmente usati, qualche anno fa per alternarli in caso di necessità con dei monotriodi. Non entro nel merito del perché di questa scelta dettata comunque anche dal prezzo proposto. Purtroppo come si è potuto constatare internamente erano stati notevolmente deturpati e che il signor Bianchini da vero professionista li ha rigenerati. Sulle scelte tecniche del progettista non mi esprimo, sarebbe stupido da parte mia non avendo le giuste competenze. Quello che posso dire è che dopo il restauro ricevuto il suono è sensibilmente migliorato e complessivamente soddisfacente. Onestamente penso che la qualità sonora sia un gradino superiore alla qualità costruttiva ma senza raggiungere quel livello di pathos per esempio che comunicano i miei monotriodi che sia chiaro non costano una fortuna. In definitiva il loro suono assomiglia a molti altri finali anche oggi in commercio che suonano ma non ti “ rapiscono”.

Ivan
Ivan
2 anni fa

Buongiorno complimenti per la bellissima e competente analisi tecnica, volevo segnalare che lo schema del klimo kent silver è presente sul manuale schemario hifii a valvole se non erro vol 2 di l.Macri! Mi sento di segnalare che questo amplificatore (da me posseduto in passato ) risulta di fascia media non economica costava circa 7 milioni delle vecchie lire nel 1997.
Li ho apprezzati pilotando una coppia di M.L. sequel con grande impatto dinamica dettaglio e musicalità, la soluzione adottata sulle finali pur essendo inferiore e meno raffinata rispetto all, utilizzo di una tensione negativa di griglia fissa, è comunque adottata da diversi costruttori su ampli a valvole blasonati e con prestazioni elevate! Ing klimo progettista dei fantastici Beltaine ha dato grande dimostrazione su questi ultimi di competenza, risolvendo in maniera brillante il problema della saturazione del nucleo del tu con l utilizzo di una el34 . La fama e stima nutrita da parte degli appassionati è dovuta alla indubbia qualità sonora delle sue realizzazioni..Grazie saluti Ivan Chiodino

Roberto
Roberto
2 anni fa

Che funzioni solo a 8 ohm non è vero-io nei miei avevo le istruzioni per poterlo connettere da 1 ohm (anche se sconsigliato) sino a 16 ohm-Basta solo cambiare la posizione dei fili ai trasformatori di uscita

sandrelli
sandrelli
2 anni fa

https://www.youtube.com/watch?v=g-3W3u3fe0E

in video si intravvede lo schema…gli ho chiesto se me lo passa

sandrelli
sandrelli
2 anni fa

Mai visti neri in funzione, solo cromati con calotte cromate. Il lab ufficiale dove li assemblavano su licenza klimo è o era a canaletti di budrio. Per me quello lì o è un clone o una prima prova con materiali scadenti e tubi slavi, roba che vent’anni fa non si trovava ufficialmente più. Comunque lo schema non credo sia difficile da tirar giù…anche se mi pareva di averlo visto in giro tanto tempo fa

sandrelli
sandrelli
2 anni fa

Sembrano klimo kent black più che silver…forse sono una prima pre serie usciti dal lab dove li assemblavano qui dalle mie parti…io ho ancora 4 suoi tubi usurati el34 marcati aeg che mi diede un amico, dove furono usate con casse proac studio ebs, col benestare di un fu brizzolato recensore…rip.