Shindo Claret, revisione e qualche considerazione tecnica

Lo Shindo Claret è uno di quei preamplificatori che negli anni hanno saputo costruirsi una piccola cerchia di estimatori molto fedeli. Nato dalla filosofia progettuale di Ken Shindo, rappresenta una visione dell’audio decisamente distante dalle tendenze moderne: circuiti semplici, assenza di controreazione globale, componentistica tradizionale e una ricerca del risultato sonoro che privilegia il carattere musicale rispetto alle prestazioni da laboratorio.

Recentemente uno di questi apparecchi è arrivato presso SB-LAB per una revisione generale e una verifica dello stato di salute. Come sempre, il primo passo è stato il controllo delle valvole mediante uTracer. Tutte le valvole installate nell’apparecchio hanno mostrato parametri corretti e perfettamente compatibili con il normale funzionamento del circuito. Successivamente sono stati controllati i condensatori presenti all’interno dell’apparecchio, verificandone capacità e condizioni generali.

In questo caso la revisione si è rivelata piuttosto tranquilla: non sono emersi componenti guasti, fuori tolleranza o segnali di deterioramento tali da richiedere interventi particolari. Una situazione che fa certamente piacere al proprietario e che testimonia come l’apparecchio fosse stato conservato e utilizzato con attenzione.

Dal punto di vista costruttivo, il Claret segue una filosofia molto precisa. Il circuito è completamente privo di controreazione globale (zero feedback) e utilizza una notevole quantità di resistenze ad impasto di carbone, componenti apprezzati da molti appassionati per il loro contributo alla personalità sonora dell’apparecchio.

Questa scelta progettuale porta con sé alcuni vantaggi ma anche alcune inevitabili conseguenze tecniche. Le resistenze ad impasto di carbone, soprattutto dopo molti anni di servizio, possono infatti presentare variazioni di valore rispetto alla tolleranza originale. In un circuito privo di controreazione, tali differenze non vengono corrette automaticamente dal circuito stesso. Per questo motivo non è insolito riscontrare piccoli sbilanciamenti tra i canali o lievi differenze nei punti di lavoro delle valvole.

Si tratta generalmente di fenomeni contenuti e perfettamente in linea con la filosofia costruttiva dell’apparecchio. Chi sceglie un progetto di questo tipo accetta implicitamente alcuni compromessi tecnici, come la possibile presenza di un lieve rumore di fondo o di piccole differenze tra i canali, aspetti che fanno parte del carattere stesso di queste realizzazioni.

Un altro aspetto interessante riguarda il guadagno complessivo. Le misure effettuate hanno evidenziato un guadagno di circa 29,5dB, corrispondente ad un’amplificazione di circa trenta volte. Per comprendere meglio il significato di questo valore basta fare un esempio pratico. Un comune lettore CD moderno può facilmente fornire un segnale dell’ordine di 5V picco-picco. Attraversando un preamplificatore con guadagno pari a 30, il segnale potrebbe teoricamente raggiungere circa 150V picco-picco all’uscita dello stadio di linea.

Questo dato porta ad una riflessione interessante che non riguarda soltanto lo Shindo Claret ma una grande parte dei preamplificatori hi-fi moderni e vintage. Le sorgenti attuali possiedono infatti livelli di uscita molto elevati rispetto a quelli disponibili quando molti di questi apparecchi furono progettati. In numerose catene audio il segnale proveniente dalla sorgente sarebbe già sufficiente per pilotare correttamente il finale di potenza.

Di conseguenza, l’elevato guadagno disponibile finisce spesso per essere inutilizzato nella pratica quotidiana. In alcuni impianti può addirittura contribuire ad aumentare la sensibilità ai rumori di fondo, ai ronzii di massa e ad altri piccoli disturbi che altrimenti resterebbero trascurabili.

Naturalmente questo non significa che il Claret sia un cattivo progetto. Semplicemente appartiene ad una scuola di pensiero nata in un periodo storico differente, quando le sorgenti disponibili fornivano livelli di uscita molto inferiori rispetto a quelli odierni. Valutare un apparecchio del genere richiede quindi di contestualizzarlo correttamente all’interno della sua epoca e della filosofia progettuale che lo ha generato.

Nel caso specifico dell’esemplare revisionato presso SB-LAB, l’apparecchio è risultato in buone condizioni generali e non ha richiesto interventi significativi oltre alle normali verifiche di controllo. Una situazione sempre gradita, soprattutto quando si ha a che fare con elettroniche ormai non più giovanissime ma ancora molto apprezzate dagli appassionati di audio valvolare.

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Ancestrum Lux, luce degli antenati

Ancestrum Lux, quando dai rottami nasce qualcosa di serio! La storia di Ancestrum Lux comincia come iniziano molte avventure SB-LAB: con un cliente che arriva portandosi dietro un mucchio di ferraglia spacciata per Hi-End artigianale da qualche genio incompreso. Dopo averli aperti, il termine “rottami” è apparso decisamente più appropriato di “Hi-End”.

Erano i soliti apparecchi definiti “super naturali”, “trasparenti” e “musicali”. Una descrizione che, nel mondo dell’audiofilia creativa, spesso sostituisce con successo qualsiasi misura o competenza progettuale. L’ascolto, tuttavia, suggeriva una conclusione leggermente diversa. E decisamente meno lusinghiera.

Una caratteristica che accomuna moltissimi di questi impresentabili è la presenza di grandi pannelli in rame o in ottone lucidati a specchio. Del resto bisogna essere onesti: l’estetica è spesso l’unica cosa che i loro costruttori riescono a concepire. Quando le competenze elettroniche sono prossime allo zero, resta sempre la lucidatrice. E se proprio si vuole completare l’opera, non possono mancare i classici condensatori per rifasamento motori accuratamente verniciati di nero con la bomboletta spray, perché nell’Hi-End cantinaro anche un componente industriale da pochi euro può diventare “audio grade”.

Tra i vari reperti della discarica c’erano due monofonici basati su valvole 801A. Trasformatori enormi, assolutamente sproporzionati, probabilmente inadatti alla valvola stessa, tanto che riuscivano a malapena ad erogare 1 watt. Naturalmente erano monofonici. Perché? Perché nel mondo audiofilo esiste il mito secondo cui separare i due canali in due telai distinti migliori magicamente la separazione stereo.

I monofonici hanno un unico vantaggio reale: permettono di distribuire il peso. Se stiamo parlando di una coppia di finali con KT88, grossi trasformatori e alimentazioni generose, dove un amplificatore stereo arriverebbe tranquillamente a 35 o 40 chili, dividerlo in due telai ha perfettamente senso. Quando invece si parla di amplificatori da un watt scarso per canale che, assemblati in un unico telaio stereo, peserebbero forse cinque chili, tutta la storia della “separazione dei canali” appartiene più al folklore audiofilo che all’ingegneria. Se due canali si disturbano a vicenda in un amplificatore di questo tipo, il problema non è che stanno nello stesso contenitore. Il problema è che chi lo ha progettato o costruito non sapeva fare il proprio mestiere.

Fortunatamente i due telai erano identici e soprattutto costruiti con materiali recuperabili. Perfetti per una classica operazione di rottamazione SB-LAB. Ho quindi smontato completamente i due amplificatori, recuperando tutto il materiale riutilizzabile insieme a numerosi componenti provenienti da altri apparecchi che mi erano stati consegnati dalla stessa persona. Da questi rottami è nato un amplificatore stereo suddiviso in due telai distinti: uno dedicato all’alimentazione e uno alla sezione audio. La scelta non è stata dettata da fantasiose teorie audiofile sulla separazione dei canali, ma dalla necessità di mantenere il trasformatore di alimentazione il più lontano possibile dai trasformatori interstadio. I due telai sono quindi collegati tra loro tramite un cordone multipolare dedicato.

Da questa demolizione è nato Ancestrum Lux. Il nome deriva da due elementi. Il primo è la presenza delle valvole 801A, triodi a filamento in tungsteno toriato noti per la loro caratteristica luminosità intensa. Il secondo è la filosofia circuitale adottata, fortemente ispirata agli amplificatori degli anni Venti e Trenta.

Ancestrum Lux è infatti un progetto completamente zero feedback, basato su accoppiamenti tramite trasformatore interstadio e con tutte le polarizzazioni ottenute da un unico partitore resistivo inserito in serie alla presa centrale del secondario di alta tensione. Una soluzione che oggi farebbe probabilmente svenire molti progettisti moderni ma che era perfettamente normale all’epoca.

Lo schema utilizza una raddrizzatrice 5R4GY, scelta obbligata considerando le tensioni anodiche che superano i 500V. Lo stadio di ingresso è affidato alle valvole 76. La 76 è un triodo introdotto all’inizio degli anni Quaranta come valvola universale per amplificazione, oscillatori e rivelatori. È una valvola semplice, lineare e molto piacevole da utilizzare nei piccoli stadi di tensione.

Le 76 pilotano una coppia di 1626. La 1626 nacque originariamente come oscillatore RF di potenza per applicazioni militari. Non era stata progettata per uso audio ma, come spesso accade, alcune valvole nate per altri scopi si sono rivelate eccellenti anche in ambiti completamente diversi. In Ancestrum Lux le 1626 lavorano come stadio di potenza intermedio, fornendo tutta l’energia necessaria per pilotare correttamente i trasformatori interstadio.

Infine troviamo le protagoniste assolute: le 801A. La 801A è l’evoluzione della celebre 10Y e rappresenta probabilmente uno dei migliori triodi a filamento in tungsteno toriato mai realizzati. Grazie alle sue curve anodiche estremamente lineari è in grado di lavorare con livelli di distorsione molto contenuti anche senza alcun aiuto da parte della controreazione. Rispetto alla 10Y originale dispone di una dissipazione anodica superiore, pari a 20 watt.

Come tutte le valvole a filamento a riscaldamento diretto richiede particolare attenzione all’alimentazione del filamento, perché qualsiasi scorciatoia diventa immediatamente udibile. Nella foto sotto mettevo a punto il circuito di alimentazione dei filamenti.

Tutti i trasformatori utilizzati sono modelli custom SB-LAB. Dopo la demolizione degli apparecchi originali è iniziata la parte più lunga del lavoro. Sotto una generosa mano di vernice spray nera era nascosta una bella impiallacciatura in noce che meritava di essere salvata. La vernice è stata completamente rimossa. I numerosi fori inutili presenti sul pannello posteriore sono stati chiusi.

Successivamente ho realizzato decorazioni personalizzate mediante incisione laser e tintura del legno. Terminata la preparazione, i telai sono stati lucidati a gommalacca. Per il montaggio ho costruito nuovi pannelli metallici, successivamente verniciati professionalmente.

Alcuni adattamenti meccanici sono stati realizzati tramite stampa 3D in resina.

Alla fine una grande quantità di componenti provenienti dagli apparecchi originali ha trovato una nuova vita all’interno di un progetto finalmente degno di questo nome.

Le prestazioni finali misurate sono:

  • Potenza massima: 3,6W
  • Potenza indistorta: 2,8W
  • Fattore di smorzamento: 1,7
  • THD a 1W: 0,9%

Osservando la risposta in frequenza si nota un dettaglio interessante. Il trasformatore d’uscita presenta volutamente un’attenuazione di circa 1dB a 50Hz. No, non è un errore. È assolutamente intenzionale. Gli amplificatori zero feedback con basso fattore di smorzamento hanno una naturale tendenza a produrre bassi gonfi, lenti e poco controllati. Molti costruttori Hi-End combattono il problema esattamente nello stesso modo, limitando deliberatamente la risposta alle basse frequenze. La differenza è che quasi nessuno lo ammetterà mai.

Avendo riparato, modificato e misurato centinaia di amplificatori nel corso degli anni, posso dire di aver visto questa soluzione più volte di quanto molti immaginino. In Ancestrum Lux questa scelta è stata effettuata apertamente e consapevolmente. Meglio una leggera attenuazione controllata che un basso artificiosamente gonfiato e fuori controllo. Anche la forma dell’onda quadra a 10kHz rispecchia perfettamente la natura del progetto. Dopotutto il segnale attraversa ben due trasformatori lungo il percorso audio. Pretendere una risposta da amplificatore a stato solido significherebbe semplicemente non aver capito cosa si sta osservando.

Dal punto di vista sonoro Ancestrum Lux possiede tutte le caratteristiche tipiche degli amplificatori zero feedback. Il suono è aperto, arioso e dotato di una notevole sensazione di profondità e tridimensionalità. Sono qualità che molti appassionati ricercano deliberatamente e che hanno contribuito alla fama delle storiche circuitazioni a triodi.

Queste caratteristiche non nascono dal nulla. Come ogni scelta progettuale, anche l’assenza di controreazione comporta una precisa impronta sonora. Ancestrum Lux non è stato progettato per inseguire una fedeltà assoluta o una riproduzione rigorosamente identica al segnale originale, ma per valorizzare quelle particolari sfumature timbriche che rendono così affascinanti gli amplificatori a triodi di impostazione classica.

Questo non significa che il risultato sia meno piacevole, anzi. Significa semplicemente che l’obiettivo del progetto non è quello di sparire completamente dalla catena audio, ma di proporre una presentazione musicale con una propria personalità. È proprio questa personalità, fatta di armoniche, spazialità e naturalezza percepita, che continua ancora oggi ad attirare molti appassionati verso le circuitazioni zero feedback.

Per questo motivo trova il suo abbinamento ideale con diffusori monovia, sistemi pneumatici e diffusori a tromba ad alta efficienza. Come tutti gli amplificatori zero feedback con basso fattore di smorzamento, non rappresenta invece la scelta ideale per diffusori reflex particolarmente dipendenti dal controllo elettrico dell’altoparlante alle basse frequenze.

Anche nella scelta del repertorio musicale è opportuno considerare la natura stessa del progetto. Ancestrum Lux nasce attorno ad una circuitazione storica, priva di controreazione e caratterizzata da un fattore di smorzamento molto basso. Per questo motivo non è l’amplificatore più indicato per riprodurre brani musicali particolarmente complessi, molto densi o caratterizzati da forti escursioni dinamiche e numerosi strumenti sovrapposti. Pretendere da un single ended zero feedback da pochi watt le prestazioni di questo tipo significherebbe semplicemente chiedergli di fare un lavoro per il quale non è stato concepito.

Dove invece Ancestrum Lux esprime al meglio le proprie qualità è con le piccole formazioni acustiche, il jazz, la musica vocale, il blues, la musica da camera e più in generale con tutti quei generi nei quali la naturalezza delle timbriche, la ricostruzione della scena sonora e la microdinamica assumono un’importanza maggiore rispetto all’impatto e alla pressione acustica. In questi contesti riesce a restituire un ascolto coinvolgente e ricco di fascino, perfettamente coerente con la filosofia dei grandi amplificatori a triodi del passato.

Ancestrum Lux è nato da una pila di apparecchi spazzatura. Ed è forse proprio questo il suo aspetto più interessante. Dimostra che anche dai peggiori rottami audiofili può nascere qualcosa di valido, purché ci sia dietro un progetto serio, qualche decennio di esperienza e soprattutto la volontà di mettere la tecnica davanti alle leggende.

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One Response to Ancestrum Lux, luce degli antenati

  • Immensamente GRAZIE Stefano.
    Non lo ho ancora portato a casa, e per impegni di lavoro, ci metterò un pò ad arrivare dove vorrei andare stasera stessa, ossia in una casetta nelle campagne emiliane dove Ancestrum Lux ha visto la luce (anzi, le luci, visto che le 801 sembrano delle lampadine da 40w a incandescenza). MA solo vedendo le immagini e leggendo il tuo scritto vedo un sogno a lungo accarezzato concretizzarsi.
    Vecchie valvole con quasi cento anni sulle spalle, che nel secolo passato emozionavano la gente con le prime trasmissini radio e poi i primi dischi con amplificazione, che tornano a far vivere emozioni, a colpirti dentro, dove ti colpisce la musica, la passione, l’energia e lo spirito delle cose.
    Solo grazie a te vedo rivivere i tanti appassionati audiofili che ho conosciuto in Giappone, o i ceramisti che alimentavano i “draghi sulle colline” per giorni e giorni, i pittori che con pochi tratti facevano immaginare grandi paesaggi surreali, nebbie che nascondono foreste, onde che corrono sopra profonde oscurità piene di kami e di spiriti del passato, oppure ristoratori maghi delle valvole che ascoltavano in mono, facendo perdere la mia anima nelle luci di antichi triodi e discutendo, nel mio misero giapponese fatto di 50 parole, di “Mujò” e del concetto tutto giapponese del “mono no aware”, della bellezza commovente della transitorietà. Insomma… cerco la musica e l’anima di essa, sia essa dal vivo, diariamente e per lavoro, sia riprodotta, e invecchiando ho scoperto che quest’anima vive al lato opposto delle cose sberluccicanti e perfette che un mercato malato ci induce a desiderare.
    LA musica, e l’arte, di cui mi occupo a tempo pieno traggono le loro radici da sentimenti ed emozioni antiche e che spesso nemmeno capiamo, da sacche “ancestrali” in cui vive lo spirito nostro e di chi è venuto prima di noi….. Qui mi fermo, sto andando troppo oltre. MA vedere un sacco di ferraglia, di rifiuti mal assemblati dai guru nostrani, messi insieme senza amore, senza cura ne conoscenza TRASFORMARSI poco a poco in qualcosa di magico, di emzionale ed intenso, intensamente shibui, davvero mi ha commosso. Quindi per ora, posso solo dirti “Grazie di Cuore” in attesa di inserire l’ampli tra il Garrard 301 di mio nonno e le La Scala moooolto vintage che ormai accompagnano, e sempre accompagnieranno ( a 63 anni non per troppo però) le mie notti musicali, la mia ricerca della serenità e della bellezza in universo emozionale e non tecnico.
    Grazie! E adesso, con calma, non resterà che portarlo a casa e rimanerne affascinato dal kami che inevitabilmente vive in oggetti simili.

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Fatman iTube 252, riparazione, upgrade e considerazioni tecniche

Il Fatman iTube 252 è un amplificatore integrato valvolare commercializzato nei primi anni 2000 con marchio Fatman, ma costruito in Cina, come molti apparecchi valvolari di quella fascia. Utilizza una coppia di EL34 per canale in configurazione push-pull, pilotate da valvole 6SN7, ed eroga circa 25 watt RMS per canale.

Nonostante la costruzione economica e alcune scelte circuitali discutibili, questo è uno di quegli amplificatori che vale la pena riparare e migliorare. La base non è affatto disprezzabile: i trasformatori d’uscita sono migliori di quanto ci si aspetterebbe e, con una revisione fatta bene, l’iTube 252 può suonare in modo decisamente piacevole.

Non è la prima volta che mi capita di intervenire su un Fatman iTube 252. Negli anni ne ho riparati diversi e questo mi ha permesso di conoscerne abbastanza bene pregi, difetti e punti critici. L’esemplare descritto in questo articolo è arrivato in laboratorio completamente guasto: secondo il proprietario aveva improvvisamente emesso fumo per poi diventare completamente muto. L’intervento ha permesso di individuare e risolvere il problema, oltre ad eseguire alcuni aggiornamenti mirati per migliorarne affidabilità e comportamento nel lungo periodo.

Fatman iTube 252 – Riparazione e Miglioramenti

L’amplificatore è arrivato in laboratorio completamente fermo. Aprendolo, erano evidenti i segni del guasto e i fusibili presenti sulla scheda erano saltati.

Diagnosi del guasto: Il problema era localizzato nella zona delle resistenze di grid stopper delle griglie schermo delle EL34. Una di queste resistenze era montata troppo vicina ad una pista di massa del circuito stampato. Con il tempo, tra calore, alta tensione e distanza insufficiente, il PCB ha perso isolamento in quel punto e si è innescata una scarica verso massa. La scarica ha fatto saltare i fusibili presenti sulla scheda e ha spento completamente l’amplificatore. Durante i controlli è emerso anche che una delle quattro EL34 finali era guasta, motivo per cui ho preferito sostituire l’intero quartetto.

Dopo aver individuato la causa del guasto, ho sostituito le resistenze delle griglie schermo danneggiate e i fusibili saltati presenti sulla scheda. Per evitare che il problema possa ripresentarsi in futuro, le nuove resistenze sono state montate utilizzando distanziatori ceramici che le mantengono leggermente sollevate dal circuito stampato, aumentando la distanza di isolamento dalle piste sottostanti e riducendo il rischio di scariche superficiali.

Approfittando dell’intervento ho eseguito anche una serie di aggiornamenti mirati. I condensatori di segnale originali sono stati sostituiti con Audyn Cap, mentre i condensatori elettrolitici catodici sono stati rimpiazzati con componenti NOS di qualità superiore, ulteriormente bypassati con piccoli condensatori in polipropilene. Si tratta di punti del circuito che influenzano direttamente il comportamento sonoro dell’amplificatore e che meritano componenti migliori rispetto a quelli installati in origine.

Ho inoltre modificato le resistenze di ancoraggio delle griglie controllo delle EL34, sostituendo i valori originali da 470K con valori più contenuti. L’esperienza maturata negli anni mostra infatti che molte EL34 di produzione moderna tollerano poco resistenze di griglia così elevate e, con l’invecchiamento della valvola, possono manifestare derive della corrente di riposo che compromettono la stabilità della polarizzazione.

Prima di procedere alla rimessa in servizio, tutte le valvole sono state controllate mediante uTracer per verificarne le reali condizioni di funzionamento. Le misure hanno evidenziato il guasto di una delle finali EL34, motivo per cui ho deciso di sostituire l’intero quartetto installando quattro nuove Tung-Sol EL34 accuratamente selezionate. Al termine dell’intervento l’amplificatore è stato nuovamente collaudato e riportato alle corrette condizioni operative.

Misure strumentali

Durante il primo intervento erano state eseguite anche misure strumentali complete. I dati restano interessanti perché spiegano bene il potenziale di questo apparecchio. I trasformatori d’uscita, in particolare, si sono dimostrati superiori alla media dei prodotti economici di pari categoria.

  • Potenza massima continua indistorta: 23 watt RMS – in pieno clipping: 28 watt RMS
  • Banda passante a 1 watt: 10Hz – 45kHz (-1dB)
  • Fattore di smorzamento: 7
  • Distorsione THD: 0,11% @ 1watt

Non sono numeri da apparecchio improvvisato. Questo non significa che il Fatman sia costruito come un amplificatore di fascia alta, ma significa che sotto ad una realizzazione economica c’è comunque una base sfruttabile.

Grafico THD

Grafico Banda Bassante

Quadra 100Hz – 1khz – 10Khz

Considerazioni sul progetto

Il Fatman iTube 252 non è un apparecchio perfetto. Lo sfasatore cathodyne, la polarizzazione automatica separata per ciascuna finale e il layout del PCB mostrano chiaramente una progettazione orientata al contenimento dei costi. Sono scelte comprensibili per il tipo di prodotto.

Il self-bias separato rende molto importante la qualità dei condensatori catodici. Quelli originali sono componenti economici e, in questa posizione, il loro comportamento si sente. Sostituirli con componenti migliori e bypassarli correttamente porta benefici sia sonori sia funzionali.

Anche le resistenze di griglia controllo da 470K sono un punto da valutare con attenzione. Su valvole nuove e perfettamente sane possono funzionare, ma quando le EL34 moderne iniziano ad invecchiare possono comparire derive di corrente non desiderate. Ridurre quel valore è una modifica prudente, specialmente su amplificatori che devono essere usati con regolarità.

Il difetto più evidente rimane però il layout delle resistenze delle griglie schermo, troppo vicine alle piste del circuito stampato. In una zona dove sono presenti alta tensione e calore, pochi millimetri possono fare la differenza tra un funzionamento stabile e una scarica che manda l’amplificatore in protezione, o peggio.

Perché vale la pena intervenire

Molti apparecchi economici non meritano grandi lavori perché, anche dopo una revisione accurata, restano limitati dai trasformatori o da scelte circuitali troppo povere e spesso conviene rifarli da capo approfittando del telaio da riutilizzare. Il Fatman iTube 252, invece, ha una particolarità: pur essendo made in China e costruito con criteri di economia industriale, possiede trasformatori d’uscita validi e una resa sonora più che discreta.

Questo lo rende un buon candidato per interventi di riparazione e ottimizzazione. Non ha senso trasformarlo in qualcosa che non è, ma ha molto senso eliminare i punti deboli, montare componenti migliori dove servono davvero e renderlo più affidabile per l’uso quotidiano.

Conclusioni

Dopo la riparazione, la sostituzione delle parti danneggiate, il controllo delle valvole e gli aggiornamenti eseguiti, questo Fatman iTube 252 è tornato a funzionare correttamente. Il guasto è stato eliminato alla radice, non semplicemente aggirato, e le modifiche apportate riducono la possibilità che lo stesso problema si ripresenti. Resta un amplificatore economico, con i limiti tipici della sua categoria, ma anche con un potenziale reale. Se sistemato con criterio, può continuare a suonare bene ancora per molti anni.

Se possiedi un Fatman iTube 252, un amplificatore valvolare cinese o un apparecchio simile che ha bisogno di riparazione, revisione o miglioramento, puoi contattarmi attraverso il modulo contatti del sito. Ogni intervento viene valutato singolarmente, con l’obiettivo di aumentare affidabilità, sicurezza e qualità d’ascolto senza snaturare il carattere originale dell’apparecchio.

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