Vox AC30: Riparazione, Guasti e Manutenzione

Il Vox AC30 è uno degli amplificatori per chitarra più iconici della storia. Nato alla fine degli anni ’50 dalla britannica JMI (Jennings Musical Industries), ha contribuito a definire quello che oggi identifichiamo immediatamente come il classico suono britannico. Il progetto originale, basato su uno stadio finale con quattro EL84, ha attraversato oltre mezzo secolo di evoluzioni e numerose versioni moderne che ne conservano l’impostazione generale, pur adottando circuiti e soluzioni costruttive differenti.

In questo articolo raccolgo due interventi eseguiti su Vox AC30 di produzione moderna, differenti sia per versione sia per costruzione. Il primo riguarda un AC30CCH, la versione testata, arrivato in laboratorio a causa di un guasto intermittente che provocava la bruciatura apparentemente casuale del fusibile di alimentazione. Più avanti vedremo invece un’altra versione dell’AC30, questa volta in configurazione combo con gli altoparlanti incorporati.

L’esemplare che vedete nelle fotografie è quindi un Vox AC30CCH. Durante il controllo delle valvole ho individuato rapidamente qualcosa di sospetto nella GZ34 utilizzata come raddrizzatrice. Provandola sul tester per valvole, era possibile provocare occasionalmente delle scintille interne semplicemente picchiettando leggermente con un dito sul vetro. Si trattava quindi di un difetto intermittente, perfettamente compatibile con il comportamento lamentato dal proprietario.

La GZ34 difettosa era quindi la principale indiziata per gli interventi casuali del fusibile. Un guasto di questo tipo è anche un buon esempio di quanto la qualità e l’affidabilità delle valvole siano importanti: una raddrizzatrice lavora in una posizione tutt’altro che tranquilla e un difetto interno può facilmente provocare sovracorrenti e malfunzionamenti apparentemente inspiegabili.

Ho quindi sostituito la GZ34 difettosa con una nuova Tung-Sol. Tra le valvole di produzione attuale è un marchio che utilizzo volentieri quando cerco un componente affidabile e ben costruito. In questo caso il costo della nuova valvola era sensibilmente superiore a quello della precedente, ma su un componente così importante dell’alimentazione preferisco non scegliere esclusivamente in base al prezzo. Una raddrizzatrice affidabile è fondamentale sia per il corretto funzionamento dell’amplificatore sia per evitare che un suo cedimento possa sollecitare inutilmente altri componenti.

Considerata l’età dell’amplificatore, circa 16 anni al momento dell’intervento, ho approfittato della riparazione per controllare anche lo stato dei condensatori elettrolitici. Quattro condensatori da 22uF utilizzati nel filtraggio dell’alimentazione principale mostravano un valore di ESR (Equivalent Series Resistance) ormai piuttosto elevato.

Questi componenti lavorano sottoposti a tensioni elevate e, con il passare degli anni e dei cicli termici, possono inevitabilmente deteriorarsi. Anche le modalità di utilizzo dell’amplificatore possono contribuire allo stress dell’alimentazione: ad esempio, togliere immediatamente lo standby dopo l’accensione sottopone il circuito a condizioni differenti rispetto a un avviamento dopo un breve preriscaldamento. In questo caso, comunque, le misure parlavano chiaramente e ho preferito sostituire i condensatori prima che il loro ulteriore deterioramento potesse provocare problemi più evidenti.

Per la sostituzione ho scelto dei Mundorf M-Lytic. Si tratta di condensatori normalmente associati anche al settore HiFi, ma questo non significa che siano fuori luogo all’interno di un amplificatore per chitarra. Nei vecchi apparecchi valvolari era normale trovare componenti di alimentazione robusti e generosamente dimensionati, mentre in molte produzioni moderne il costo e l’ingombro diventano inevitabilmente fattori importanti nella scelta dei componenti.

Non bisogna naturalmente attribuire a un singolo condensatore il “suono vintage” di un amplificatore: tra un AC30 storico e uno moderno cambiano molti altri aspetti del circuito, della costruzione e dei componenti utilizzati. In alcune versioni moderne compaiono inoltre soluzioni circuitali e componenti attivi che nei modelli originali semplicemente non esistevano. Il mio obiettivo, in questo caso, non era quindi trasformare un AC30 moderno in un AC30 vintage, ma ripristinare l’apparecchio utilizzando componenti affidabili e adeguati al lavoro che devono svolgere.

I Mundorf M-Lytic scelti per la sostituzione sono leggermente più ingombranti rispetto agli elettrolitici originali. È stato quindi necessario montarli leggermente accavallati, sfruttando lo spazio disponibile all’interno del telaio. Dal punto di vista estetico non è forse la disposizione più elegante possibile, ma elettricamente e meccanicamente i condensatori hanno trovato posto senza particolari difficoltà e senza interferire con il resto dell’apparecchio. In una riparazione di questo tipo considero molto più importante utilizzare un componente adatto e installarlo correttamente piuttosto che scegliere un ricambio peggiore soltanto perché ha esattamente le stesse dimensioni dell’originale. Terminata la riparazione, l’amplificatore è stato naturalmente sottoposto alle normali prove di funzionamento.


Vox AC30 combo

Il secondo Vox AC30 di questo articolo è invece una versione combo, quindi con gli altoparlanti integrati nel mobile. In questo caso il difetto segnalato dal cliente era il mancato funzionamento del canale clean, mentre il resto dell’amplificatore risultava apparentemente operativo.

Come sempre, prima di concentrarmi esclusivamente sul sintomo dichiarato, ho eseguito un controllo generale dell’apparecchio e delle valvole. È emerso subito che una delle ECC83 aveva il filamento interrotto e quindi risultava completamente spenta. Un guasto di questo tipo può naturalmente provocare la perdita totale di una parte del preamplificatore e spiegava il mancato funzionamento del canale.

Durante l’ispezione ho però individuato anche un secondo problema, meno evidente ma altrettanto importante. Sotto uno degli zoccoli di una finale era presente una classica saldatura fredda, riconoscibile dalla tipica pallina di stagno che non aveva aderito correttamente al terminale. Il contatto elettrico risultava quindi precario e questa condizione aveva finito per compromettere il funzionamento di una delle EL84 dello stadio finale, che risultava ormai esaurita.

Questo genere di difetto è un buon esempio di quanto sia importante non limitarsi alla semplice sostituzione della valvola che appare guasta. Se non si individua la causa che ha portato al problema, si rischia infatti di installare componenti nuovi lasciando però intatta l’anomalia che li ha danneggiati.

Ho quindi rifatto correttamente la saldatura difettosa, verificando il collegamento dello zoccolo e l’assenza di altri falsi contatti nella zona interessata. Successivamente ho sostituito la ECC83 con il filamento interrotto e montato un nuovo set di EL84, in modo da ripristinare correttamente lo stadio finale senza lasciare valvole con caratteristiche troppo differenti tra loro.

Dopo l’intervento ho eseguito i normali controlli elettrici e funzionali: entrambi i canali sono tornati a funzionare correttamente e lo stadio finale ha ripreso a lavorare in modo regolare. L’amplificatore è stato quindi lasciato acceso e provato per verificare che il difetto non si ripresentasse e che il funzionamento rimanesse stabile anche dopo il raggiungimento della normale temperatura di esercizio.

Per il collaudo finale ho voluto fare anche qualcosa di diverso dalla solita verifica strumentale sul banco. Non essendo io un chitarrista, posso controllare senza problemi tensioni, segnali, potenza, distorsione e comportamento elettrico dell’amplificatore, ma per giudicare realmente come risponde sotto le dita di chi lo strumento lo sa usare è sicuramente meglio affidarsi a qualcuno più qualificato di me in quel campo.

Ho quindi portato il Vox AC30 da Erede del Sound, negozio di strumenti musicali e gear di Sassuolo, dove è stato possibile provarlo con una vera chitarra e avere anche un riscontro pratico e acustico del risultato della riparazione. Il negozio si occupa di chitarre, amplificatori, effetti e altra strumentazione, sia nuova sia usata, con possibilità di acquisto, vendita, scambio e permuta.

Per chi si trova in zona e vuole dare un’occhiata a chitarre, amplificatori o pedali, Erede del Sound si trova in Via Refice 62 a Sassuolo (MO). Nel mio caso è stato soprattutto il posto ideale per fare ciò che sul banco non posso simulare completamente: mettere l’amplificatore nelle mani di chi sa davvero suonarlo e verificare che, oltre ai numeri giusti sugli strumenti, avesse anche il comportamento e la risposta sonora che ci si aspetta da un AC30. Nei due video qui sotto potete vedere e ascoltare l’amplificatore durante questa prova finale.

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2 Responses to Vox AC30: Riparazione, Guasti e Manutenzione

  • Grazie della fiducia e complimenti per l’ottimo lavoro svolto Ste! Un abbraccio!

  • Ottimo lavoro come sempre, con Stefano si va sul sicuro. Non è stata solo una riparazione ma un vero e proprio upgrade, l’ampli ora suona molto bene. Consigliatissimo!

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Emporium DM91: riparazione di una coppia di amplificatori monofonici valvolari

Sono arrivati in laboratorio per una riparazione questi due amplificatori monofonici valvolari, identificati come Emporium DM91. Il nome e il modello sono riportati sul piccolo manuale di istruzioni che accompagnava gli apparecchi, mentre sui due amplificatori non è presente alcuna targhetta, marchio, numero di serie o altra identificazione ufficiale che permetta di stabilirne con certezza la provenienza.

È quindi possibile che si tratti di apparecchi realizzati artigianalmente o autocostruiti da qualcuno, magari sulla base di un progetto commercializzato insieme al relativo manuale. Non avendo però informazioni certe sulla loro origine, preferisco limitarmi a descrivere ciò che ho effettivamente avuto sul banco.

Una costruzione artigianale, ma fatta bene

Prima di parlare del guasto voglio spendere qualche parola sulla costruzione, anche perché negli anni mi sono passati per le mani parecchi molti apparecchi artigianali e autocostruiti da cantinari.

Chi segue questo sito sa bene che quando trovo apparecchi costruiti male non ho problemi a dirlo. Ho pubblicato più volte fotografie di autentiche accozzaglie: cablaggi improvvisati, componenti montati alla meno peggio, isolamento insufficiente, collegamenti pericolosi e soluzioni che, lavorando con le tensioni presenti in un amplificatore valvolare, possono trasformarsi in un concreto rischio di incendio o folgorazione.

Qualcuno ogni tanto interpreta queste mie critiche come una sorta di accanimento verso il lavoro altrui, quasi che il problema fosse una mia presunta invidia nei confronti di chi costruisce amplificatori. Questa coppia di Emporium DM91 è un buon esempio per chiarire definitivamente la questione: quando un apparecchio è costruito bene, non ho alcuna difficoltà a riconoscerlo. Questi amplificatori, infatti, sono realizzati decisamente bene.

La costruzione è ordinata, razionale e curata e, almeno per quanto è stato possibile osservare durante la riparazione, sono state adottate soluzioni compatibili con quella che ci si aspetterebbe da un apparecchio realizzato tenendo conto anche della sicurezza elettrica. Pur non potendo ovviamente attribuire retroattivamente alcuna certificazione a un apparecchio di provenienza incerta, la costruzione appare di un livello tale da poter ragionevolmente pensare che il progetto sia stato sviluppato con attenzione anche agli aspetti normativi.

Insomma, criticare una porcheria quando è costruita con i piedi non significa criticare tutto ciò che è stato fatto da altri. Significa semplicemente giudicare quello che si trova sul banco per quello che è. E questi Emporium DM91, da questo punto di vista, meritano un giudizio positivo.

Il guasto: uno dei due finali completamente muto

La coppia è arrivata in laboratorio perché uno dei due amplificatori risultava completamente muto. Una volta aperto l’apparecchio e iniziati i controlli, il problema si è rivelato fortunatamente piuttosto semplice. Ho individuato alcune resistenze interrotte che impedivano il corretto funzionamento del circuito.

Durante le verifiche è emerso inoltre un secondo difetto, decisamente più subdolo: uno dei vias del circuito stampato aveva perso continuità elettrica. I vias sono le piccole metallizzazioni che permettono di collegare elettricamente piste situate sui due lati di un circuito stampato. Quando uno di questi collegamenti si interrompe, visivamente il circuito può sembrare perfettamente integro, ma il segnale o l’alimentazione non riescono più a passare da un lato all’altro della scheda.

In questo caso non è stato necessario effettuare alcun intervento invasivo: ripristinata la continuità con una semplice saldatura a stagno, il collegamento è tornato perfettamente funzionale. Sostituite le resistenze guaste e ripristinato il via, l’amplificatore ha ripreso a funzionare normalmente.

Controllo generale e verifica delle valvole

Visto che si trattava di una coppia di finali monofonici e che uno dei due aveva manifestato un guasto, non mi sono naturalmente limitato a sostituire i componenti evidentemente difettosi. Ho quindi verificato lo stato dei condensatori e controllato le valvole. Non sono emersi altri problemi degni di nota: i condensatori risultavano ancora in condizioni adeguate e anche le valvole erano efficienti, per cui non c’è stata alcuna necessità di procedere a sostituzioni indiscriminate.

È una cosa che vale sempre la pena ricordare: durante una riparazione non ha senso cambiare componenti soltanto perché sono vecchi o perché “già che ci siamo”. Si misura, si verifica e si sostituisce quello che effettivamente necessita di essere sostituito.

Regolazione del bias e prova finale

Terminata la riparazione, entrambi gli amplificatori sono stati accesi, controllati e lasciati funzionare per verificarne la stabilità. Ho quindi provveduto alla regolazione del bias delle valvole finali. Questo è forse l’unico aspetto degli Emporium DM91 sul quale mi sento di esprimere una piccola critica: la procedura di regolazione risulta un po’ macchinosa e avrebbe potuto essere resa più semplice e immediata.

Non è comunque un problema di funzionamento, quanto piuttosto una questione pratica che rende la taratura meno comoda del necessario. Una volta regolati correttamente, i due monofonici hanno funzionato senza ulteriori problemi e nel complesso si sono comportati discretamente bene.

Conclusioni

La riparazione di questa coppia di Emporium DM91 si è quindi rivelata relativamente semplice: alcune resistenze interrotte e un via del circuito stampato che aveva perso continuità erano sufficienti a rendere completamente muto uno dei due apparecchi.

Ripristinati questi componenti e verificato il resto del circuito, non sono emersi problemi ai condensatori o alle valvole. Dopo la regolazione del bias, entrambi gli amplificatori sono tornati regolarmente in funzione.

Al di là della riparazione in sé, questi apparecchi meritavano però di essere mostrati anche per un altro motivo. Nonostante la loro provenienza non sia chiara e nonostante non rechino alcuna identificazione ufficiale sul telaio, sono un esempio di costruzione artigianale realizzata con criterio.

Di apparecchi autocostruiti pericolosi, improvvisati o semplicemente assemblati male ne ho visti parecchi e continuerò a criticarli quando mi capiteranno sul banco. Allo stesso modo, quando trovo un apparecchio costruito bene, lo dico altrettanto tranquillamente. Gli Emporium DM91 appartengono decisamente a questa seconda categoria.

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Conrad-Johnson MV50 e MV55: riparazione e revisione di due classici amplificatori valvolari americani

Conrad-Johnson è uno dei nomi storici dell’Hi-Fi valvolare americano e, nel corso degli anni, ha realizzato numerosi amplificatori diventati veri classici tra gli appassionati di alta fedeltà. Tra questi troviamo il Conrad-Johnson MV50 e il successivo MV55, due finali stereo a valvole appartenenti alla stessa famiglia progettuale e accomunati da una filosofia circuitale relativamente semplice, dall’impiego delle EL34 come valvole finali e da una potenza di circa 45 watt per canale.

Il Conrad-Johnson MV50 venne introdotto nel 1985 come evoluzione del precedente MV45. Il circuito utilizzava due 5751 nello stadio di ingresso, due 6FQ7 e quattro EL34 nello stadio finale, con alimentazioni stabilizzate dedicate agli stadi di amplificazione di tensione e inversione di fase. La potenza dichiarata era di 45 watt RMS per canale.

Negli anni il progetto continuò a evolversi attraverso l’MV52, fino ad arrivare nel 1995 al Conrad-Johnson MV55. Quest’ultimo mantenne le quattro EL34 e i 45 watt per canale in configurazione ultralineare, ma introdusse diverse modifiche circuitali e una nuova sezione di ingresso basata su 12AX7 e 6SN7. L’MV55 poteva inoltre essere configurato per il funzionamento a triodo, riducendo la potenza a circa 22 watt per canale. Conrad-Johnson mantenne anche la particolare scelta, già introdotta sull’MV52, di utilizzare condensatori in polipropilene nel filtro e nella riserva principale dell’alimentazione al posto dei tradizionali elettrolitici.

Pur essendo separati da circa dieci anni di evoluzione, MV50 e MV55 conservano quindi una chiara parentela tecnica e rappresentano bene la filosofia Conrad-Johnson di quel periodo. Sono amplificatori costruiti con criteri molto diversi da gran parte dell’elettronica moderna e, se correttamente mantenuti, possono ancora oggi offrire prestazioni di grande interesse. Anche nelle prove dell’epoca e nelle successive retrospettive, la famiglia MV viene ricordata soprattutto per la musicalità e la particolare ricchezza della gamma media.

Naturalmente oggi questi amplificatori hanno ormai diversi decenni sulle spalle. Guasti, componenti deteriorati, problemi di bias, valvole esaurite, rumori, ronzii, perdita di potenza o malfunzionamenti di uno dei due canali non significano necessariamente che l’apparecchio sia arrivato alla fine della propria vita. Una diagnosi strumentale accurata permette spesso di individuare il problema e di intervenire conservando il più possibile il progetto originale.

In questo articolo vedremo due casi reali affrontati nel laboratorio SB-LAB: prima la riparazione di un Conrad-Johnson MV50 e successivamente quella di un Conrad-Johnson MV55. Due apparecchi molto simili per filosofia, ma abbastanza differenti da rendere interessante osservare come il progetto sia cambiato nel corso degli anni.

Se possiedi un Conrad-Johnson MV50, MV52, MV55 o un altro amplificatore valvolare Conrad-Johnson che necessita di riparazione, revisione o controllo, puoi contattare SB-LAB. Prima di sostituire componenti indiscriminatamente è sempre preferibile effettuare misure e verifiche sul circuito, individuando la reale causa del guasto e intervenendo solamente dove necessario.


Questo Conrad-Johnson MV50 mi è arrivato in laboratorio dopo un guasto piuttosto serio. L’amplificatore aveva smesso improvvisamente di funzionare e il proprietario aveva anche avvertito un evidente odore di bruciato. Una volta aperto e iniziati i controlli, il problema principale è risultato essere uno dei trasformatori d’uscita, ormai irrimediabilmente danneggiato.

In casi come questo è difficile stabilire con assoluta certezza quale sia stato l’evento iniziale che ha provocato il danno. Una EL34 andata in avaria, una corrente di riposo eccessiva oppure un problema nel circuito di polarizzazione possono sottoporre il trasformatore d’uscita a condizioni anomale e, nei casi peggiori, portarlo alla distruzione.

Diagnosi e smontaggio

La prima operazione è stata quindi quella di smontare il trasformatore d’uscita guasto e controllare con attenzione il resto del finale. Il problema non si era limitato al trasformatore: all’interno erano presenti anche alcune resistenze ormai deteriorate dal calore e che non era più il caso di lasciare al loro posto.

A questo punto, dovendo comunque realizzare un nuovo trasformatore d’uscita, ho preferito sostituire la coppia completa. In questo modo i due canali avrebbero lavorato con trasformatori aventi le stesse caratteristiche elettriche e costruttive, evitando di affiancare un trasformatore nuovo a quello originale ormai vecchio di parecchi anni.

Due nuovi trasformatori d’uscita

Ho quindi progettato e avvolto due nuovi trasformatori d’uscita specifici per questo Conrad-Johnson MV50. Non si è trattato semplicemente di trovare due trasformatori commerciali con un’impedenza compatibile: quando si interviene su un apparecchio di questo livello è importante tenere conto anche delle caratteristiche del circuito, della potenza richiesta, della banda passante e del comportamento del trasformatore alle varie frequenze. Una volta completati i nuovi trasformatori ho sostituito anche le resistenze deteriorate e rimontato tutto sull’amplificatore.

Qui sopra si possono vedere alcune fasi del lavoro con i nuovi trasformatori installati.

Accensione, regolazione e messa a punto

Terminato il montaggio è arrivato il momento della prima accensione, naturalmente effettuata controllando progressivamente tensioni e correnti per evitare brutte sorprese. L’amplificatore è ripartito regolarmente.

Ho quindi regolato il bias delle EL34 e verificato il comportamento dei due canali al banco. È stata inoltre necessaria una piccola messa a punto del circuito per ottenere il miglior comportamento possibile con i nuovi trasformatori d’uscita.

Misure strumentali

Come faccio normalmente dopo una riparazione di questo tipo, il lavoro non è terminato semplicemente constatando che dall’amplificatore usciva nuovamente della musica. Ho eseguito una serie di misure strumentali per controllare potenza, distorsione, banda passante e comportamento del finale con segnali differenti.

  • Potenza massima rilevata: 56 watt RMS per canale
  • Fattore di smorzamento (DF): 14

Il risultato finale è stato quindi molto buono: il Conrad-Johnson MV50 è tornato perfettamente funzionante e i nuovi trasformatori hanno permesso di recuperare completamente un apparecchio che, con il trasformatore originale bruciato, sarebbe stato altrimenti molto difficile da rimettere in servizio.

THD a 1 watt

Banda passante a 1 watt (limitata volutamente all’interno del circuito)

Onde quadre a 100 Hz, 1 kHz e 10 kHz

Onda triangolare a 10 kHz


Conrad-Johnson MV55: una riparazione decisamente più complicata

Il Conrad-Johnson MV55 protagonista di questa seconda riparazione è arrivato in laboratorio completamente non funzionante. Già alla prima ispezione interna è apparso evidente che questa volta il problema sarebbe stato ben più complicato rispetto al precedente MV50.

Su una zona del circuito stampato, densamente popolata di componenti, era presente una grossa area completamente carbonizzata. Il danno interessava soprattutto una serie di diodi Zener e i componenti circostanti. Procedendo con le misure ho trovato inoltre diversi transistor completamente in corto, oltre ad alcune resistenze e condensatori guasti.

 

Fortunatamente i trasformatori d’uscita erano integri. Considerando l’entità del guasto presente sulla scheda, questa è stata sicuramente una buona notizia, perché ha permesso di concentrare il lavoro sulla ricostruzione della parte elettronica danneggiata senza dover intervenire anche sui trasformatori.

Prima difficoltà: recuperare e interpretare lo schema

Prima ancora di iniziare materialmente la riparazione è stato necessario recuperare lo schema elettrico del Conrad-Johnson MV55, cosa meno semplice di quanto si potrebbe pensare. La copia che sono riuscito a trovare aveva una qualità veramente bassa e diverse sigle dei componenti e alcuni valori risultavano praticamente illeggibili.

Questo è diventato un problema soprattutto perché proprio la zona maggiormente danneggiata non permetteva più di ricavare tutte le informazioni direttamente dalla scheda. Alcuni componenti erano carbonizzati e in altri casi il calore aveva cancellato qualsiasi possibilità di identificarne il valore.

Mi è stato molto utile lo schema del precedente MV50. I due amplificatori non sono identici, ma diverse sezioni del circuito sono molto simili e, fortunatamente, proprio quella interessata dal danno maggiore riprendeva in larga parte la stessa impostazione. Confrontando i due schemi, seguendo le piste ancora riconoscibili sul PCB e verificando i componenti rimasti integri sono riuscito poco alla volta a ricostruire la situazione.

La parte più delicata: ricostruire il PCB carbonizzato

Una volta identificati i diodi, i transistor e gli altri componenti necessari, rimaneva però il problema più difficile: il circuito stampato. Una zona carbonizzata di un PCB non può essere semplicemente ripulita superficialmente e poi riutilizzata. Il materiale bruciato perde le proprie caratteristiche isolanti e, soprattutto in un circuito sottoposto a tensioni elevate come questo, può diventare conduttivo e creare dispersioni, scariche o nuovi guasti.

Ho quindi dovuto eliminare completamente tutta la parte carbonizzata utilizzando il Dremel, lavorando in maniera molto chirurgica. La difficoltà stava nel fatto che la zona era densamente popolata di componenti e attraversata da numerose piste e piazzole. Dovevo eliminare tutto il materiale compromesso, ma allo stesso tempo lasciare il minimo indispensabile per mantenere in posizione le piste e le piazzole che dovevano essere recuperate.

Una volta rimossa tutta la parte bruciata è rimasto inevitabilmente un vero e proprio vuoto nel circuito stampato. Ho quindi iniziato la ricostruzione utilizzando resina UV, applicandola poco alla volta sotto lente di ingrandimento e facendola indurire progressivamente con la lampada UV.

Non è stato possibile riempire tutto in una sola volta. Il lavoro è stato eseguito in numerose piccole applicazioni successive, ricostruendo progressivamente il supporto meccanico del PCB fino a riempire completamente la zona che avevo dovuto asportare.

È stata una delle parti più lunghe e delicate dell’intervento, perché oltre alla robustezza meccanica era fondamentale mantenere un buon isolamento tra le varie parti del circuito, considerando le tensioni presenti in quella zona.

Componenti introvabili e una resistenza senza più colori

Terminata la ricostruzione del circuito stampato ho potuto iniziare a rimontare tutti i diodi Zener e gli altri componenti danneggiati. Anche qui però il lavoro non è stato immediato. Alcuni dei transistor originali non disponevano infatti di equivalenti diretti facilmente reperibili e ho dovuto fare diverse ricerche per trovare sostituti corretti, verificandone caratteristiche elettriche, tensioni, correnti e piedinatura prima di poterli utilizzare nel circuito.

La cosa che mi ha fatto perdere probabilmente più tempo di tutte è stata però una semplice resistenza. Il componente era talmente danneggiato dal calore che le bande colorate erano completamente scomparse. Dallo schema in mio possesso non riuscivo a leggere il valore e sulla scheda non era rimasto nulla che permettesse di identificarlo.

A quel punto è iniziata una lunga ricerca su internet. Ho passato ore cercando fotografie dell’interno dell’MV55 su forum e siti stranieri, confrontando immagini di esemplari diversi, fino a quando sono finalmente riuscito a trovare una fotografia sufficientemente nitida della stessa zona della scheda. Ingrandendo l’immagine sono riuscito a distinguere le bande colorate della resistenza originale e quindi a ricavarne finalmente il valore.

Paradossalmente ho probabilmente impiegato più tempo per ricostruire queste informazioni, cercare documentazione e identificare correttamente alcuni componenti che non per riparare materialmente il grosso buco presente nel PCB. È anche questo uno degli aspetti delle riparazioni su apparecchi di una certa età: spesso il problema non è solamente sostituire un componente guasto, ma riuscire prima di tutto a capire esattamente cosa ci fosse montato in origine.

Rimontaggio, prima accensione e collaudo

Completata la ricostruzione del PCB e sostituiti tutti i componenti danneggiati, ho rimontato l’amplificatore e sono passato alla prima accensione. Come sempre dopo una riparazione di questa entità, non ho collegato semplicemente l’apparecchio alla rete sperando che tutto funzionasse. Ho effettuato un’accensione graduale controllando tensioni, assorbimenti e comportamento del circuito, in modo da potermi fermare immediatamente nel caso fosse rimasto qualche problema.

Le tensioni sono risultate corrette e l’MV55 ha ripreso regolarmente a funzionare. Ho quindi eseguito la regolazione del bias delle EL34 e tutti i controlli necessari sui due canali. Per essere sicuro dell’affidabilità della riparazione ho infine lasciato l’amplificatore acceso al banco per circa 8 ore consecutive facendolo suonare e controllandone periodicamente il funzionamento. Dopo un danno di questa entità non mi sarei accontentato di una semplice prova di pochi minuti: era importante verificare che la zona ricostruita, i nuovi componenti e l’intero circuito rimanessero stabili anche dopo diverse ore di funzionamento e con l’apparecchio completamente in temperatura.

Il Conrad-Johnson MV55 ha superato il collaudo senza presentare ulteriori problemi ed è quindi potuto tornare al proprietario perfettamente funzionante. Una riparazione decisamente impegnativa, nella quale il tempo necessario per reperire documentazione, ricostruire le informazioni mancanti e individuare componenti compatibili è stato almeno altrettanto importante del lavoro manuale eseguito sulla scheda.

Non pubblico nuovamente le misure strumentali finali perché i risultati ottenuti sono risultati praticamente quasi uguali a quelli già mostrati nella precedente riparazione dell’MV50. Considerata la grande somiglianza tra i due apparecchi, ripetere gli stessi grafici avrebbe aggiunto ben poco all’articolo.

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