Chi mi legge da più tempo avrà notato che sulle mie pagine compaiono di rado apparecchi a stato solido. In effetti, quasi ogni volta che qualcuno mi ha chiesto di riparare un amplificatore di questo tipo, ho rifiutato il lavoro. I motivi sono diversi. Il principale è che ho scelto di specializzarmi sugli apparecchi a valvole, prima di tutto. In secondo luogo, per riparare apparecchi di qualsiasi tipo bisogna avere a disposizione un grande assortimento di ricambi, pronti e a portata di mano. Con le valvole è fattibile, perché i tipi prodotti e utilizzati negli anni sono stati un assortimento “abbastanza” limitato, e oggi sono ancora reperibili con relativa facilità. L’avvento del transistor, invece, ha segnato anche l’inizio di un’epoca di obsolescenza programmata molto più aggressiva: produttori che creavano spesso transistor “su misura” per determinati apparecchi, per poi smettere di produrli appena terminava la vita commerciale di quel modello perché era comodo rendere la riparazione sempre più difficile dopo un certo numero di anni.
Di conseguenza non è raro imbattersi in sigle strane, senza documentazione e senza ricambi affidabili. Certo, esistevano anche componenti più “standard”, prodotti da più aziende e per molti anni. Però c’è un altro problema: al contrario delle valvole NOS, che possono restare nelle loro scatoline di cartone anche 100 anni e, nella maggior parte dei casi, funzionare ancora perfettamente, il silicio invecchia male. Vecchi transistor NOS possono essere affetti da fenomeni come migrazione dei droganti, diventare rumorosi, instabili, o semplicemente non rispettare più le caratteristiche originarie. A tutto questo si aggiunge il tema, ormai cronico, dei ricambi moderni di provenienza incerta: sul mercato esistono tarocchi in quantità industriale, dispositivi che non rispettano le specifiche dell’originale, spesso con qualità inferiore e una probabilità di guasto molto elevata. Le eccezioni esistono, ma il problema è che chi ti vende la patacca non te lo dice, e tu lo scopri quando ormai hai l’apparecchio sul banco.
In poche parole, riparare amplificatori a stato solido “di mestiere” è, nella maggior parte dei casi, puro masochismo. Ed è per questo che, quando mi descrivono problemi che potrebbero riguardare la circuiteria, io rifiuto. Lo so bene che spesso anche questi amplificatori hanno bisogno “solo” di un recap, ma la rogna è sempre dietro l’angolo. Una volta che hai l’apparecchio in mano e sei a metà del lavoro, basta che salti fuori un guasto imprevisto, e se non trovi un ricambio sei fregato. A quel punto o impazzisci a cercarlo, oppure devi abortire la riparazione, con il rischio concreto che il cliente non voglia pagarti il tempo speso, perché gli stai riconsegnando un apparecchio che ancora non funziona.
Negli ultimi mesi ho accettato l’ingresso di un paio di apparecchi a stato solido perché, a prima vista, sembravano lavori affrontabili. Dopotutto il lavoro è lavoro e, come dicevano gli antichi romani, i soldi non puzzano. Il primo apparecchio è stato questo bestione, Jungson JA 99 D, pesante quanto un reattore nucleare. Tanto che ho dovuto approfittare di un amico di passaggio per riuscire a tirarlo fuori dalla cassa. Giusto alla faccia di quei troll che odiano le valvole e dicono che gli amplificatori a valvole sono grossi e pesanti, mentre quelli a stato solido sarebbero “leggeri”.
Comunque sia, questo Jungson JA 99 D era “funzionante” e aveva solo il trasformatore di alimentazione che vibrava. Quindi, in quel caso, mi è andata bene. Successivamente ho accettato l’ingresso di un Quad 405, sempre con lo stesso identico problema: “funziona ma vibra il trasformatore”, è quanto riferito dal cliente.
Attenzione: questa non è una critica a Quad o agli amplificatori a stato solido in generale. È il racconto di una storia vissuta, e una mia personale riflessione sulla riparabilità di questo tipo di apparecchi.
Ho dimenticato di fare una foto del trasformatore originale. Era un nucleo di un tipo UI con doppio rocchetto, resinato e alloggiato in una scatola metallica. Ho scollegato il ponte raddrizzatore isolando il trasformatore dal circuito e l’ho alimentato per prova. Risultato: vibrava ferocemente e assorbiva circa 70 watt a vuoto, senza carico. Un assorbimento del genere è un segno molto chiaro di spire in corto, quindi di fatto un trasformatore da buttare. In più, sulle schede erano presenti diversi elettrolitici che avevano già perso elettrolita, e anche quelli erano da sostituire.
Alla notizia di questi ulteriori problemi il cliente è rimasto un po’ sorpreso: “ma come, me lo hanno venduto per funzionante e perfettamente conservato…”. Poi mi sono messo in movimento per il ricambio del trasformatore di alimentazione, e qui arriva il punto dolente: l’unica soluzione praticabile era un toroidale. Far avvolgere trasformatori toroidali su specifica, per di più un singolo pezzo, è parecchio costoso. In pratica, il nuovo trasformatore di ricambio, da solo, mi è costato quasi quanto era stato pagato l’intero amplificatore. A quel punto l’osservazione del proprietario è stata: “mi conviene comprarne un altro piuttosto che riparare questo, ne ho visto uno…”. Il problema è semplice: questo te lo hanno venduto come buono, e buono non era. E se al posto di un Quad rotto ti ritrovi due Quad rotti? Ti può andare bene, ma ti può anche andare molto male.

Va bene, andiamo avanti a riparare questo…
Il montaggio del toroidale è venuto benissimo. Ho poi sostituito una decina di elettrolitici sulle schede dei due canali. Misurati, erano tutti completamente esauriti: per esempio, un 100uF misurava 16uF, con una ESR di 20 ohm. Gli unici che non ho cambiato sono stati una coppia di non polarizzati, perché erano perfetti. Ho anche sostituito le boccole degli altoparlanti, perché le sue erano rovinate, e ho aggiunto una coppia di RCA per l’ingresso, perché al proprietario non piaceva il connettore DIN.
Ho fatto un’accensione graduale con variac, monitorando assorbimento e oscilloscopio. Iniettavo segnale e il segnale usciva, tutto sembrava a posto, e il nuovo trasformatore di alimentazione era perfettamente silenzioso. Quindi ho collegato il “computerino” del banco e ho mandato un po’ di musica. Ho fatto anche un video, ma non posso pubblicarlo perché c’è musica protetta da copyright, quindi dovete fidarvi. L’ho lasciato suonare un’oretta, poi sono tornato, ho abbassato il volume e da uno dei canali proveniva un bel rumore da “friggitrice”.

Ho smontato la scheda difettosa, ho pulito tutti i contatti sui collettori dei transistor, che non sono saldati ma usano la vite come conduttore, senza miglioramenti. Ho dissaldato tutti i transistor e li ho provati uno per uno sul tracciacurve per BJT, e funzionavano in modo pulito. Anche scaldandoli le curve restavano regolari, quindi non sembravano loro i responsabili. Le resistenze risultavano tutte a posto, e quindi la conclusione era che i colpevoli fossero questi “cosi rossi”…
Che poi altro non sono che moduli, piccoli circuiti con un certo numero di transistor SMD inglobati in una resina rossa. Ricambio introvabile. Dopo tutta la fatica per rimettere in sesto il resto dell’apparecchio, ci si trova davanti a un muro. L’unica soluzione realistica è recuperarli da un apparecchio da demolizione. Io ho comunque chiesto il mio compenso: mi era stato garantito che l’amplificatore era buono, mi era stata chiesta “solo” la sostituzione del trasformatore, ed è quello che ho fatto. Però resta la sensazione spiacevole di aver lavorato in parte inutilmente. Il proprietario ha adocchiato alcune schede di ricambio in giro, ma non si sa per certo da dove arrivino.
Il mio lavoro è costato tanto, quindi, a montare la scheda di ricambio lo aiuta un suo amico: “tanto è facile”. E io mi chiedo se avranno un variac con amperometro, se avranno l’accortezza di mettere un carico e monitorare con un oscilloscopio mentre iniettano segnale, salendo di tensione un filo alla volta, per verificare che tutto parta gradualmente come dovrebbe. Oppure se, come spesso succede, daranno tensione tutta d’un colpo e bruceranno tutto se qualcosa non va. E poi magari l’amico dirà che non andava bene il mio trasformatore, che ho lavorato male io, che ho rovinato l’amplificatore. Sì, perché è così che va a finire, a volte. Per fortuna ho un video che mostra l’amplificatore acceso e funzionante.
Troppi “ma” per i miei gusti. Parlando con un amico che lavora su sistemi di telecomunicazioni e che in passato riparava (in passato, ed è una ripetizione voluta) amplificatori a transistor, mi ha confermato lo stato pietoso di questo sottosettore. Apparentemente, le inserzioni migliori dell’usato, con maggiore probabilità di essere “buone”, sono spesso all’estero. Però l’italiano medio non si fida e cerca in Italia per primo. Le inserzioni estere, inoltre, spesso sono più care. Dall’altra parte, però, l’italiano medio ha anche la pessima abitudine di cercare di fregare il prossimo, quindi non è raro vedere venduti per “buoni” apparecchi che buoni non sono, magari a prezzo più basso. Poi sembrano care le inserzioni di quelli onesti, ma tutti dicono che vendono roba buona. Esattamente come nel caso di questo Quad, che doveva essere buono e di buono non aveva niente.
Già dovrebbe far riflettere chi dice che un apparecchio non è mai stato toccato da nessuno e “funziona”. Un apparecchio di 40 anni (o più) quasi certamente ha bisogno di una rinfrescata sugli elettrolitici, ma fatta come si deve. Perché non sempre i vecchi condensatori sono da buttare: per esempio, i due elettrolitici principali di questo Quad erano perfetti, e quelli piccoli che ho cambiato li ho verificati uno per uno. Il problema è che molti audiofili chiedono consigli su forum o su Facebook a persone che spesso ne sanno meno di loro, e la risposta è sempre la stessa: “cambia, cambia, cambia”. A quel punto comprano su internet i condensatori più economici che trovano, tanto “basta rispettare capacità e tensione” e “sono tutti uguali”. Lo insegnano i soliti improvvisati, che non hanno mai usato un ponte LCR serio e verificano i condensatori con un testerino da 8 euro.

Così finiscono per montare sull’amplificatore condensatori che vanno peggio degli originali vecchi. Oppure cercano di farselo riparare “al risparmio” dal cantinaro del paese, che spesso finisce per pasticciare e fare più danni del resto.

E quando, alla fine, arrivano dal tecnico serio, ormai hanno in mano un “robo” martoriato su cui c’è da sputare sangue. Quindi mi faccio spesso una domanda sull’utopia che alberga nella testa di certi audiofili: vogliono l’apparecchio a stato solido vintage, lo vogliono pagare poco e lo vogliono perfettamente funzionante. Vogliono comprare una cosa vecchia sperando che sia sana. Vogliono trovare il riparatore in nero che, con 50 euro, non devasti tutto. Vogliono la fortuna di prendere due rotti e farne uno buono. O peggio, comprano un apparecchio pieno di elettrolitici marci che “va” ma suona male. Oppure comprano un apparecchio a cui hanno cambiato tutti i condensatori con robaccia e quindi suona male lo stesso. Solo che non l’hanno mai sentito come doveva suonare all’epoca, quindi non hanno termini di paragone.
Potrei raccontare anche la storia di chi aveva un amplificatore a stato solido, peraltro di pregio, che funzionava e suonava bene, ma aveva un problema limitato ad alcuni elettrolitici su uno degli ingressi. Il “tecnico” ha suggerito un recap totale dell’intero apparecchio, eseguito con condensatori scadenti, roba da 1 euro al pezzo. Perché “quelli che costano di più sono una ladrata”, e “basta rispettare capacità e tensione”. L’amplificatore è tornato indietro funzionante, sì, ma suonava in modo talmente brutto che il proprietario, alla fine, lo ha buttato in discarica.
Sono sicuro che in giro ci siano appassionati anche bravissimi che riparano da soli e riparano bene. Ma farlo per lavoro, riparando cose per altri, ha senso oggi, viste queste premesse? Secondo me no. Per me restano i valvolari vecchi e nuovi, che per costi e tecnologia sono riparabili, mentre la roba moderna progettata per essere usa e getta.





Ciao, presumo quindi che anche quelli in classe D faranno la stessa fine… o forse anche peggio. Penso soprattutto ai diffusori amplificati (anche professionali, come JBL o Neuman) con i quali, oltre a buttare l’amplificazione, così ti seghi anche le casse.
P.S.: il cinesino fuori e Sb-Lab dentro continua a darmi grandi soddisfazioni 🙂