Zorya, il microfono valvolare SB-LAB nato per avere una propria voce

Nella mitologia slava, Zorya è la dea dell’alba. È colei che apre le porte al sole ogni mattina, portando la luce dopo l’oscurità. Ho scelto questo nome perché descrive perfettamente ciò che dovrebbe fare un buon microfono: non inventare nulla, non colorare inutilmente il suono, ma rivelare ciò che esiste già, portandolo alla luce.

Ogni registrazione nasce da un momento irripetibile. Una voce, uno strumento, una sfumatura, un’emozione. Il compito di un microfono non è trasformare quel momento in qualcos’altro, ma catturarlo nel modo più completo possibile.

Zorya nasce esattamente con questa filosofia. Come molti sanno, non mi è mai piaciuto copiare. Nel mondo dell’audio esistono interi mercati costruiti attorno alla replica di apparecchi storici. Nel settore dei microfoni valvolari la situazione è ancora più evidente: di cloni del Telefunken U47 ne esistono ormai centinaia.

La cosa curiosa è che nessuno suona veramente come un U47 originale. C’è chi modifica il circuito, chi utilizza valvole completamente diverse da quelle storiche, chi impiega economici pentodi televisivi come la EF80 adattati alla meglio per l’applicazione audio. E poi ci sono i trasformatori d’uscita, spesso realizzati con criteri che hanno più a che vedere con il contenimento dei costi che con la qualità del suono.

La verità è che copiare è la strada più facile. È la strada di chi ha bisogno di un riferimento perché non è in grado di creare qualcosa di proprio. Io volevo costruire un microfono che fosse soltanto sé stesso. Un microfono che nessuno potesse confrontare continuamente con un originale del passato. Un microfono che avesse una propria identità sonora. Un microfono SB-LAB.

Per partire da basi solide ho scelto una capsula K47, una delle capsule più apprezzate e musicali mai sviluppate, montata all’interno di un corpo stile 60 mm che offre ampio spazio per una realizzazione meccanica ed elettronica senza compromessi.

La scelta della valvola è stata invece meno scontata. Al posto di pentodi come la EF80 e la EF86, utilizzati in molti progetti commerciali, ho scelto la 5670.

La 5670, conosciuta anche attraverso i suoi equivalenti 2C51 e 396A, è un doppio triodo di origine americana sviluppato per impieghi professionali e militari ad altissima affidabilità. Nata nel 1952, è stata impiegata in apparati VHF, sistemi avionici e apparecchiature destinate a funzionare fino ad 80.000 piedi di quota. È una valvola costruita per essere robusta, silenziosa, stabile e poco microfonica. Caratteristiche che la rendono ideale proprio per un microfono valvolare.

Nel mondo Hi-Fi la 5670 è nota da decenni come eccellente valvola per stadi di preamplificazione ad alte prestazioni. Le più conosciute 6N1 sono una reinterpretazione della 5670 ma molto meno raffinate.

A convincermi fu un ricordo personale. Molti anni fa Giovanni Mariani, fondatore di GRAAF e uno dei progettisti italiani che più ho stimato nella mia vita professionale, mi raccontò di aver utilizzato la 5670 in preamplificatori microfonici di altissimo livello. Per me quella fu una conferma importante. Se una valvola è in grado di eccellere in uno stadio microfonico professionale, allora può diventare il cuore di un grande microfono. Ed è esattamente ciò che è diventata in Zorya.

Una volta definita l’elettronica, restava il componente che più di ogni altro influenza il carattere di un microfono valvolare: il trasformatore d’uscita. Anche in questo caso ho deciso di seguire una strada completamente personale. Per il nucleo ho scelto il Supermalloy, materiale noto per la sua elevatissima permeabilità magnetica e per le prestazioni nelle applicazioni a bassissimo livello di segnale.

I nuclei disponibili erano di tipo UI. La soluzione più semplice sarebbe stata utilizzare due rocchetti separati, uno per il primario e uno per il secondario. È una scelta comune e tutti i trasformatori a valvola, ma non è una scelta che condivido. Quando due avvolgimenti comunicano principalmente attraverso il nucleo magnetico, le frequenze più elevate e il microdettaglio finiscono inevitabilmente per risentirne. Contrariamente a molte leggende audiofile, nessun materiale ferromagnetico è realmente efficiente nel trasferire direttamente le alte frequenze. Le informazioni più fini passano soprattutto attraverso il corretto accoppiamento tra gli avvolgimenti. Per questo motivo ho progettato e realizzato rocchetti dedicati a singola cava, stampati appositamente per questo progetto.

Il trasformatore è stato sviluppato con una stratificazione degli avvolgimenti ben pensata, mantenendo primario e secondario il più possibile vicini tra loro. Il risultato è un trasformatore completamente proprietario, caratterizzato da circa 300 Henry di induttanza primaria e da un’impedenza d’uscita di circa 200 ohm. Un valore sufficientemente basso da consentire il pilotaggio senza problemi di ingressi professionali da 600 ohm e superiori, anche attraverso cavi molto lunghi.

Durante lo sviluppo è emerso un altro aspetto che considero fondamentale. Molti microfoni valvolari (se non tutti) forniscono livelli di uscita relativamente bassi. Questo obbliga ad utilizzare elevati guadagni nel preamplificatore successivo. A quel punto il risultato finale dipende non solo dal microfono ma tanto anche dal preamplificatore stesso. In pratica si spende molto per ottenere un microfono di qualità e poi si affida gran parte della personalità sonora ad un altro apparecchio.

Con Zorya ho scelto un approccio differente. Il microfono fornisce già un livello di uscita elevato. Questo migliora il rapporto segnale-rumore, rende meno critico l’utilizzo di cavi molto lunghi e soprattutto riduce drasticamente la necessità di preamplificazione successiva.

Nei test effettuati con un preamplificatore valvolare Avalon è risultato necessario inserire l’attenuatore -20dB, poiché il livello d’uscita di Zorya è sensibilmente superiore a quello normalmente atteso da un microfono valvolare. Il risultato è che ciò che si ascolta è molto più vicino al suono nativo del microfono. Alla realtà catturata dal microfono.

Per completare il progetto ho sviluppato integralmente anche l’elettronica di supporto. Sono stati progettati da zero sia il PCB interno del microfono sia il PCB dell’alimentatore dedicato. L’alimentazione del filamento utilizza un regolatore filtrato ad induttanza, mentre per l’anodica ho scelto una rettificatrice 6X4 seguita da un classico filtro CLC. Una soluzione tradizionale, affidabile e perfettamente coerente con la filosofia del progetto.

Dal pannello dell’alimentatore è possibile selezionare due diagrammi polari:

  • Cardioide
  • Omnidirezionale

È inoltre disponibile una seconda regolazione denominata:

  • Fat
  • Slim

Questa funzione consente di adattare rapidamente la risposta del microfono alla sorgente sonora e alla tipologia di voce registrata.

Le prestazioni di Zorya non sono rimaste confinate al laboratorio. Il microfono è stato utilizzato per diversi mesi presso The Walrus Studio di Spilamberto (Modena), da Roberto Bettini, che ha potuto lavorare sia con il prototipo sia con la versione definitiva. La sua esperienza è stata estremamente positiva.

Ho utilizzato a studio il microfono valvolare Zorya di SB-Lab nel suo formato prototipale per alcuni mesi, e testato di recente la versione definitiva.

A mio parere il microfono Zorya si caratterizza per un’alta sensibilità, è in grado di raccogliere tutte le sfumature di suoni sia semplici che complessi, ha una uscita potente che permette di ottenere ottimi rapporti segnale-rumore, anche in registrazioni di suoni relativamente deboli.

In registrazione, a causa dell’elevata sensibilità anche alle frequenze bassissime, si consiglia di utilizzare un filtro passa-alto nello stadio di pre-amplificazione tarato intorno ai 40 hz.

Utilizzando le opzioni di filtraggio presenti è in grado di adattarsi a diversi tipi di sorgenti sonore, fra tutte le possibili applicazioni lo consiglio per la registrazione delle voci, dove può eccellere per le voci sottili come quelle femminili, fornendogli buon corpo e presenza, e in tutti gli strumenti acustici, specialmente quelli con registri acuti.

Il trattamento post produzione delle tracce registrate risulta agevole e si raggiungono i risultati attesi, soprattutto sulle trace di voce, senza necessità di utilizzare processanti del suono complessi.

Roberto Bettini

The Walrus Studio
Spilamberto (Modena)

Per descrivere il suono di un microfono si possono usare molte parole, ma alla fine l’unico giudice davvero affidabile resta l’ascolto. Per questo motivo ho deciso di rendere disponibili alcune registrazioni effettuate con Zorya in contesti reali e senza artifici destinati a mascherarne il carattere.

  • La prima registrazione è dedicata ad una chitarra acustica. In questo caso il segnale proveniente dal microfono è stato registrato senza alcun trattamento. Nessun equalizzatore, nessun compressore, nessun plugin, nessuna elaborazione software. Ciò che ascolterete è semplicemente il suono prodotto dalla chitarra e catturato da Zorya.
  • La seconda registrazione è invece una prova di voce cantata. Anche in questo caso l’obiettivo non era costruire una produzione finita, ma permettere di ascoltare il comportamento del microfono su una delle sorgenti più critiche e più importanti in assoluto. La voce è spesso il banco di prova definitivo per qualsiasi microfono da studio.
  • Il terzo esempio proviene da una registrazione completa eseguita da una cover band di Vasco Rossi. Qui Zorya viene utilizzato all’interno di una produzione musicale reale, permettendo di valutarne il comportamento nel contesto di un mix completo e non soltanto su una sorgente isolata.

Per chi desidera effettuare un ascolto più accurato utilizzando un impianto Hi-Fi o cuffie di riferimento, è disponibile anche il download dei file originali in formato FLAC senza perdita di qualità. All’interno dell’archivio ZIP troverete le tre registrazioni complete utilizzate in questa pagina.

>>> Download File Demo Microfono Zorya <<<

L’invito è semplice: ascoltate, confrontate e lasciate che sia il vostro orecchio a giudicare. In campo audio le specifiche tecniche sono importanti, ma l’ascolto resta sempre l’ultima parola. Ma c’è un aspetto che considero ancora più importante. Zorya non è soltanto un prototipo o un esercizio di stile.

Con questo microfono è già stato registrato un album completo presso The Walrus Studio di Spilamberto (Modena), successivamente pubblicato anche in formato vinile. Non si tratta quindi di un progetto rimasto sulla carta o confinato al laboratorio, ma di uno strumento che ha già affrontato vere sessioni di registrazione professionale, contribuendo alla realizzazione di un’opera discografica destinata al mercato. Per chi desidera ascoltare un esempio reale tratto da questo lavoro, è disponibile su YouTube una delle tracce dell’album: https://youtu.be/dclP4Dq6hoY

Altre produzioni professionali e diverse band hanno successivamente utilizzato Zorya durante le proprie sessioni di registrazione, confermandone la versatilità e la capacità di adattarsi a contesti musicali molto differenti tra loro.

Zorya sotto la lente degli strumenti

Le registrazioni reali restano il metodo migliore per valutare un microfono, ma ritengo corretto mostrare anche alcuni dati strumentali raccolti durante lo sviluppo di Zorya. I grafici che seguono non hanno lo scopo di sostituire l’ascolto, ma permettono di comprendere meglio le scelte progettuali che hanno portato al risultato sonoro finale.

Il primo grafico mostra la banda passante dell’intero stadio audio, comprendente valvola e trasformatore d’uscita. Questo test permette di verificare l’estensione in frequenza e la linearità del circuito, evidenziando come il trasformatore proprietario sviluppato per Zorya sia in grado di trasferire correttamente sia le frequenze più basse sia le informazioni più fini presenti nella gamma medio-alta.

Il secondo grafico riporta lo spettro di distorsione armonica. Più che il valore assoluto della distorsione, particolarmente contenuto per un microfono valvolare, è interessante osservare la distribuzione delle armoniche residue, presenti a livelli particolarmente bassi. La struttura armonica contribuisce infatti in modo significativo alla percezione timbrica del microfono e rappresenta uno degli elementi che differenziano un progetto valvolare da una realizzazione completamente a stato solido.

Il terzo grafico mostra la risposta acustica del microfono in configurazione Flat, senza l’intervento dei filtri e delle equalizzazioni selezionabili dall’alimentatore. Questa misura consente di osservare il comportamento naturale della capsula e dell’elettronica, fornendo una fotografia oggettiva della voce originale di Zorya prima di qualsiasi adattamento alle diverse sorgenti sonore.

Come sempre, invito ad interpretare questi dati come uno strumento di approfondimento e non come un punto di arrivo. Un microfono non si ascolta con gli occhi e nessun grafico potrà mai sostituire ciò che accade quando una voce o uno strumento iniziano realmente a suonare davanti alla capsula.

Zorya rappresenta la mia idea di microfono valvolare. Non la copia di un classico. Non una reinterpretazione di un progetto altrui. Un microfono progettato, costruito e sviluppato interamente in SB-LAB, partendo da un foglio bianco e arrivando ad un prodotto capace di trovare una propria voce. Se desiderate ascoltarlo, provarlo nel vostro studio o ricevere informazioni per l’acquisto, potete contattarmi direttamente. Sarò felice di raccontarvi Zorya e, soprattutto, di farvelo ascoltare.

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Riparazione Mesa Boogie DC-5: problemi comuni e come riportare in vita un amplificatore devastato

Il Mesa Boogie Dual Caliber DC-5 è uno degli amplificatori più rappresentativi della produzione Mesa degli anni 90, un combo potente, versatile, con canali realmente indipendenti e una dinamica che lo ha reso un punto di riferimento per chitarristi rock e metal. Come molti prodotti Mesa di quell’epoca, il DC-5 è costruito in modo robusto, con una circuitazione complessa che integra commutazioni logiche, relè, JFET e optoisolatori per gestire muting, switching dei canali e funzioni accessorie. Proprio questa complessità, però, lo rende un apparecchio che, quando si guasta, può trasformarsi in un campo minato per chi ci mette le mani.

La storia della riparazione di questo esemplare ne è la dimostrazione perfetta.

Un amplificatore completamente muto. L’apparecchio è arrivato da me completamente silenzioso. Il proprietario sospettava una valvola guasta, ma su uTracer tutte le valvole risultavano perfettamente funzionanti. Il problema, quindi, era altrove.

Aprendo il DC-5, ho trovato la prima sorpresa: il trasformatore di alimentazione era stato sostituito con un clone, e chi ha fatto il lavoro non ha pensato, o non ha saputo, recuperare il connettore originale. I fili del nuovo trasformatore erano stati saldati direttamente sugli spinotti del PCB, una scelta discutibile che ha reso ogni futuro intervento molto più laborioso. Ora, per smontare la scheda, è necessario dissaldare tutto ogni volta, con i fili che si rovinano. Una vera genialata.

Condensatori cotti e primi guasti evidenti. La prima riparazione “vera” riguarda tre elettrolitici da 1000uF completamente cotti, che ovviamente ho sostituito. Fin qui nulla di sorprendente. Il vero incubo è iniziato dopo.

Il circuito di commutazione dei canali e delle funzioni completamente morto. Alle prime prove è emerso che tutta la parte di circuito che comanda i vari relè, mute, cambio canale Lead/Rhythm e altre funzioni, era fuori uso. Continuando la diagnosi ho trovato:

  • Una serie di transistor completamente morti
  • Diversi JFET J175 fuori servizio
  • Optoisolatori 4N33 tutti bruciati
  • Solo due transistor ancora funzionanti in mezzo al disastro

Non ho idea di cosa possa essere capitato a questo amplificatore, ma deve essere arrivata alta tensione in una zona dove non sarebbe mai dovuta arrivare, perché il livello di devastazione non è compatibile con un guasto ordinario. Componenti irreperibili, test ingannevoli e smontaggi continui.

Per procedere ho dovuto acquistare appositamente i 4N33 e i J175, mentre altri due transistor li ho potuti sostituire con dei più comuni BC547.

La difficoltà maggiore è stata che molti componenti sembravano sani al tester finché non venivano dissaldati. Per esempio i J175, testati da sopra la scheda, risultavano regolari (si vedevano i due diodi con un anodo comune). Solo una volta dissaldati e messi sul tester per semiconduttori mostrava che in realtà erano morti.

Questo significa smontare, dissaldare, testare, rimontare… e ripetere la trafila più volte. Un calvario. Per complicare ulteriormente il tutto, trovare lo schema per la versione esatta di questa versione di PCB è stata un’altra perdita di tempo non indifferente.

Il lieto fine, dopo molte ore di lavoro, smadonnamenti e diagnosi ripetute, i nuovi componenti sono finalmente entrati in funzione, e il DC-5 è tornato a suonare come deve. Un lavoro davvero impegnativo, ma che ancora una volta dimostra quanto sia importante affidare certi amplificatori a chi li conosce bene e ha gli strumenti per affrontare guasti complessi.

Hai un Mesa Boogie DC-5 che necessita di assistenza? Se il tuo DC-5 presenta problemi di mute, cambio canale, rumori, malfunzionamenti del circuito logico o alimentazione – o se semplicemente vuoi farlo controllare – puoi contattarmi tramite il sito SB-LAB. Posso occuparmi di diagnosi, riparazione e revisione completa di questo modello.

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Riparazione di un Fender Twin 94 con trasformatore sostitutivo SB-LAB 25S125

Il Fender Twin 94 è uno degli amplificatori valvolari più iconici della produzione Fender. Potenza elevata, timbro pulito, dinamico e ricco di headroom lo hanno reso per decenni la scelta preferita di chitarristi professionisti. Come tutti gli amplificatori con qualche anno sulle spalle richiede manutenzione accurata, soprattutto nella sezione di alimentazione. In questo articolo racconto la riparazione completa di un Twin 94 che presentava gravi problemi elettrici e che grazie a un lavoro approfondito è tornato a funzionare come nuovo.

La curiosa storia di un relitto trasformato in donatore di organi

L’amplificatore è arrivato nel mio laboratorio con una semplice indicazione: continua a bruciare i fusibili. Una breve prova a banco ha rivelato subito l’anomalia principale. L’assorbimento alla presa era di circa 4 ampere, pari a una potenza reale di 920 watt. Un valore completamente fuori scala per un Fender Twin, segno evidente di un problema grave nella sezione di alimentazione.

Ho iniziato smontando l’amplificatore e rimuovendo il trasformatore di alimentazione. Una volta isolato e testato è risultato chiaro che il trasformatore assorbiva troppo anche da solo. Era compromesso e non più recuperabile. Ho quindi calcolato un nuovo trasformatore con specifiche corrette e l’ho fatto avvolgere come ricambio.

Passando all’elettronica del telaio ho sostituito diversi condensatori guasti sulla main board. Il difetto principale però era nascosto nel circuito di commutazione tra potenza bassa e potenza alta. Una coppia di zener da 47 volt era completamente in cortocircuito. Con gli zener in corto l’amplificatore avrebbe potuto funzionare solo in modalità low power ma portandolo in modalità high power il circuito non andava completamente in cortocircuito perchè doveva attraversare resistenze e induttanza di filtro. Senza un corto secco, ma comunque sufficiente a mandare in crisi il trasformatore. È probabile che la continua sostituzione dei fusibili da parte dell’utente abbia stressato ulteriormente il trasformatore originale fino a bruciarlo.

Dopo aver sostituito condensatori, diodi e zener l’amplificatore è tornato elettricamente in ordine. Ma qui arriva la parte curiosa della storia. Il cliente mi ha portato un relitto di un vecchio amplificatore costruito da suo nonno circa 60 anni fa. Su quel piccolo telaio erano montate delle ECC83 Philips d’epoca, completamente originali. Le ho misurate al tracciacurve e sorprendentemente erano ancora perfette.

A quel punto ho misurato anche tutte le valvole del Fender e ho deciso di montare le ECC83 del nonno nei primi stadi di ingresso, dove fanno davvero la differenza sul timbro. Negli stadi successivi ho installato le migliori selezioni tra le valvole moderne presenti nel Twin. Il risultato finale è stato un amplificatore completamente restaurato e perfettamente funzionante, con un carattere sonoro ancora più affascinante grazie alle valvole NOS Philips recuperate dal relitto storico.

Trasformatore di ricambio SB-LAB 25S125 per Fender Twin 94

Per questo intervento ho realizzato un trasformatore di alimentazione nuovo che rispecchia le specifiche corrette del modello originale Fender. Da questo progetto è nato l’SB-LAB 25S125, il trasformatore di alimentazione compatibile con Fender Twin 94 che posso fornire come ricambio anche sfuso.

È un trasformatore progettato specificamente per questo amplificatore, con sezioni dedicate e avvolgimenti dimensionati per gestire correttamente la potenza del Twin. Se hai un Fender Twin 94 con problemi di alimentazione, se il tuo trasformatore è bruciato o se semplicemente vuoi sostituirlo con un componente nuovo di produzione italiana puoi contattarmi direttamente. Fornisco il 25S125 su richiesta e posso spedire ovunque. Per informazioni, disponibilità o preventivi basta scrivermi attraverso il modulo contatti del sito.

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