Vox AC30: Riparazione, Guasti e Manutenzione

Il Vox AC30 è uno degli amplificatori per chitarra più iconici della storia. Nato alla fine degli anni ’50 dalla britannica JMI (Jennings Musical Industries), ha contribuito a definire quello che oggi identifichiamo immediatamente come il classico suono britannico. Il progetto originale, basato su uno stadio finale con quattro EL84, ha attraversato oltre mezzo secolo di evoluzioni e numerose versioni moderne che ne conservano l’impostazione generale, pur adottando circuiti e soluzioni costruttive differenti.

In questo articolo raccolgo due interventi eseguiti su Vox AC30 di produzione moderna, differenti sia per versione sia per costruzione. Il primo riguarda un AC30CCH, la versione testata, arrivato in laboratorio a causa di un guasto intermittente che provocava la bruciatura apparentemente casuale del fusibile di alimentazione. Più avanti vedremo invece un’altra versione dell’AC30, questa volta in configurazione combo con gli altoparlanti incorporati.

L’esemplare che vedete nelle fotografie è quindi un Vox AC30CCH. Durante il controllo delle valvole ho individuato rapidamente qualcosa di sospetto nella GZ34 utilizzata come raddrizzatrice. Provandola sul tester per valvole, era possibile provocare occasionalmente delle scintille interne semplicemente picchiettando leggermente con un dito sul vetro. Si trattava quindi di un difetto intermittente, perfettamente compatibile con il comportamento lamentato dal proprietario.

La GZ34 difettosa era quindi la principale indiziata per gli interventi casuali del fusibile. Un guasto di questo tipo è anche un buon esempio di quanto la qualità e l’affidabilità delle valvole siano importanti: una raddrizzatrice lavora in una posizione tutt’altro che tranquilla e un difetto interno può facilmente provocare sovracorrenti e malfunzionamenti apparentemente inspiegabili.

Ho quindi sostituito la GZ34 difettosa con una nuova Tung-Sol. Tra le valvole di produzione attuale è un marchio che utilizzo volentieri quando cerco un componente affidabile e ben costruito. In questo caso il costo della nuova valvola era sensibilmente superiore a quello della precedente, ma su un componente così importante dell’alimentazione preferisco non scegliere esclusivamente in base al prezzo. Una raddrizzatrice affidabile è fondamentale sia per il corretto funzionamento dell’amplificatore sia per evitare che un suo cedimento possa sollecitare inutilmente altri componenti.

Considerata l’età dell’amplificatore, circa 16 anni al momento dell’intervento, ho approfittato della riparazione per controllare anche lo stato dei condensatori elettrolitici. Quattro condensatori da 22uF utilizzati nel filtraggio dell’alimentazione principale mostravano un valore di ESR (Equivalent Series Resistance) ormai piuttosto elevato.

Questi componenti lavorano sottoposti a tensioni elevate e, con il passare degli anni e dei cicli termici, possono inevitabilmente deteriorarsi. Anche le modalità di utilizzo dell’amplificatore possono contribuire allo stress dell’alimentazione: ad esempio, togliere immediatamente lo standby dopo l’accensione sottopone il circuito a condizioni differenti rispetto a un avviamento dopo un breve preriscaldamento. In questo caso, comunque, le misure parlavano chiaramente e ho preferito sostituire i condensatori prima che il loro ulteriore deterioramento potesse provocare problemi più evidenti.

Per la sostituzione ho scelto dei Mundorf M-Lytic. Si tratta di condensatori normalmente associati anche al settore HiFi, ma questo non significa che siano fuori luogo all’interno di un amplificatore per chitarra. Nei vecchi apparecchi valvolari era normale trovare componenti di alimentazione robusti e generosamente dimensionati, mentre in molte produzioni moderne il costo e l’ingombro diventano inevitabilmente fattori importanti nella scelta dei componenti.

Non bisogna naturalmente attribuire a un singolo condensatore il “suono vintage” di un amplificatore: tra un AC30 storico e uno moderno cambiano molti altri aspetti del circuito, della costruzione e dei componenti utilizzati. In alcune versioni moderne compaiono inoltre soluzioni circuitali e componenti attivi che nei modelli originali semplicemente non esistevano. Il mio obiettivo, in questo caso, non era quindi trasformare un AC30 moderno in un AC30 vintage, ma ripristinare l’apparecchio utilizzando componenti affidabili e adeguati al lavoro che devono svolgere.

I Mundorf M-Lytic scelti per la sostituzione sono leggermente più ingombranti rispetto agli elettrolitici originali. È stato quindi necessario montarli leggermente accavallati, sfruttando lo spazio disponibile all’interno del telaio. Dal punto di vista estetico non è forse la disposizione più elegante possibile, ma elettricamente e meccanicamente i condensatori hanno trovato posto senza particolari difficoltà e senza interferire con il resto dell’apparecchio. In una riparazione di questo tipo considero molto più importante utilizzare un componente adatto e installarlo correttamente piuttosto che scegliere un ricambio peggiore soltanto perché ha esattamente le stesse dimensioni dell’originale. Terminata la riparazione, l’amplificatore è stato naturalmente sottoposto alle normali prove di funzionamento.


Vox AC30 combo

Il secondo Vox AC30 di questo articolo è invece una versione combo, quindi con gli altoparlanti integrati nel mobile. In questo caso il difetto segnalato dal cliente era il mancato funzionamento del canale clean, mentre il resto dell’amplificatore risultava apparentemente operativo.

Come sempre, prima di concentrarmi esclusivamente sul sintomo dichiarato, ho eseguito un controllo generale dell’apparecchio e delle valvole. È emerso subito che una delle ECC83 aveva il filamento interrotto e quindi risultava completamente spenta. Un guasto di questo tipo può naturalmente provocare la perdita totale di una parte del preamplificatore e spiegava il mancato funzionamento del canale.

Durante l’ispezione ho però individuato anche un secondo problema, meno evidente ma altrettanto importante. Sotto uno degli zoccoli di una finale era presente una classica saldatura fredda, riconoscibile dalla tipica pallina di stagno che non aveva aderito correttamente al terminale. Il contatto elettrico risultava quindi precario e questa condizione aveva finito per compromettere il funzionamento di una delle EL84 dello stadio finale, che risultava ormai esaurita.

Questo genere di difetto è un buon esempio di quanto sia importante non limitarsi alla semplice sostituzione della valvola che appare guasta. Se non si individua la causa che ha portato al problema, si rischia infatti di installare componenti nuovi lasciando però intatta l’anomalia che li ha danneggiati.

Ho quindi rifatto correttamente la saldatura difettosa, verificando il collegamento dello zoccolo e l’assenza di altri falsi contatti nella zona interessata. Successivamente ho sostituito la ECC83 con il filamento interrotto e montato un nuovo set di EL84, in modo da ripristinare correttamente lo stadio finale senza lasciare valvole con caratteristiche troppo differenti tra loro.

Dopo l’intervento ho eseguito i normali controlli elettrici e funzionali: entrambi i canali sono tornati a funzionare correttamente e lo stadio finale ha ripreso a lavorare in modo regolare. L’amplificatore è stato quindi lasciato acceso e provato per verificare che il difetto non si ripresentasse e che il funzionamento rimanesse stabile anche dopo il raggiungimento della normale temperatura di esercizio.

Per il collaudo finale ho voluto fare anche qualcosa di diverso dalla solita verifica strumentale sul banco. Non essendo io un chitarrista, posso controllare senza problemi tensioni, segnali, potenza, distorsione e comportamento elettrico dell’amplificatore, ma per giudicare realmente come risponde sotto le dita di chi lo strumento lo sa usare è sicuramente meglio affidarsi a qualcuno più qualificato di me in quel campo.

Ho quindi portato il Vox AC30 da Erede del Sound, negozio di strumenti musicali e gear di Sassuolo, dove è stato possibile provarlo con una vera chitarra e avere anche un riscontro pratico e acustico del risultato della riparazione. Il negozio si occupa di chitarre, amplificatori, effetti e altra strumentazione, sia nuova sia usata, con possibilità di acquisto, vendita, scambio e permuta.

Per chi si trova in zona e vuole dare un’occhiata a chitarre, amplificatori o pedali, Erede del Sound si trova in Via Refice 62 a Sassuolo (MO). Nel mio caso è stato soprattutto il posto ideale per fare ciò che sul banco non posso simulare completamente: mettere l’amplificatore nelle mani di chi sa davvero suonarlo e verificare che, oltre ai numeri giusti sugli strumenti, avesse anche il comportamento e la risposta sonora che ci si aspetta da un AC30. Nei due video qui sotto potete vedere e ascoltare l’amplificatore durante questa prova finale.

Continue reading...

2 Responses to Vox AC30: Riparazione, Guasti e Manutenzione

  • Grazie della fiducia e complimenti per l’ottimo lavoro svolto Ste! Un abbraccio!

  • Ottimo lavoro come sempre, con Stefano si va sul sicuro. Non è stata solo una riparazione ma un vero e proprio upgrade, l’ampli ora suona molto bene. Consigliatissimo!

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Zorya, il microfono valvolare SB-LAB nato per avere una propria voce

Nella mitologia slava, Zorya è la dea dell’alba. È colei che apre le porte al sole ogni mattina, portando la luce dopo l’oscurità. Ho scelto questo nome perché descrive perfettamente ciò che dovrebbe fare un buon microfono: non inventare nulla, non colorare inutilmente il suono, ma rivelare ciò che esiste già, portandolo alla luce.

Ogni registrazione nasce da un momento irripetibile. Una voce, uno strumento, una sfumatura, un’emozione. Il compito di un microfono non è trasformare quel momento in qualcos’altro, ma catturarlo nel modo più completo possibile.

Zorya nasce esattamente con questa filosofia. Come molti sanno, non mi è mai piaciuto copiare. Nel mondo dell’audio esistono interi mercati costruiti attorno alla replica di apparecchi storici. Nel settore dei microfoni valvolari la situazione è ancora più evidente: di cloni del Telefunken U47 ne esistono ormai centinaia.

La cosa curiosa è che nessuno suona veramente come un U47 originale. C’è chi modifica il circuito, chi utilizza valvole completamente diverse da quelle storiche, chi impiega economici pentodi televisivi come la EF80 adattati alla meglio per l’applicazione audio. E poi ci sono i trasformatori d’uscita, spesso realizzati con criteri che hanno più a che vedere con il contenimento dei costi che con la qualità del suono.

La verità è che copiare è la strada più facile. È la strada di chi ha bisogno di un riferimento perché non è in grado di creare qualcosa di proprio. Io volevo costruire un microfono che fosse soltanto sé stesso. Un microfono che nessuno potesse confrontare continuamente con un originale del passato. Un microfono che avesse una propria identità sonora. Un microfono SB-LAB.

Per partire da basi solide ho scelto una capsula K47, una delle capsule più apprezzate e musicali mai sviluppate, montata all’interno di un corpo stile 60 mm che offre ampio spazio per una realizzazione meccanica ed elettronica senza compromessi.

La scelta della valvola è stata invece meno scontata. Al posto di pentodi come la EF80 e la EF86, utilizzati in molti progetti commerciali, ho scelto la 5670.

La 5670, conosciuta anche attraverso i suoi equivalenti 2C51 e 396A, è un doppio triodo di origine americana sviluppato per impieghi professionali e militari ad altissima affidabilità. Nata nel 1952, è stata impiegata in apparati VHF, sistemi avionici e apparecchiature destinate a funzionare fino ad 80.000 piedi di quota. È una valvola costruita per essere robusta, silenziosa, stabile e poco microfonica. Caratteristiche che la rendono ideale proprio per un microfono valvolare.

Nel mondo Hi-Fi la 5670 è nota da decenni come eccellente valvola per stadi di preamplificazione ad alte prestazioni. Le più conosciute 6N1 sono una reinterpretazione della 5670 ma molto meno raffinate.

A convincermi fu un ricordo personale. Molti anni fa Giovanni Mariani, fondatore di GRAAF e uno dei progettisti italiani che più ho stimato nella mia vita professionale, mi raccontò di aver utilizzato la 5670 in preamplificatori microfonici di altissimo livello. Per me quella fu una conferma importante. Se una valvola è in grado di eccellere in uno stadio microfonico professionale, allora può diventare il cuore di un grande microfono. Ed è esattamente ciò che è diventata in Zorya.

Una volta definita l’elettronica, restava il componente che più di ogni altro influenza il carattere di un microfono valvolare: il trasformatore d’uscita. Anche in questo caso ho deciso di seguire una strada completamente personale. Per il nucleo ho scelto il Supermalloy, materiale noto per la sua elevatissima permeabilità magnetica e per le prestazioni nelle applicazioni a bassissimo livello di segnale.

I nuclei disponibili erano di tipo UI. La soluzione più semplice sarebbe stata utilizzare due rocchetti separati, uno per il primario e uno per il secondario. È una scelta comune e tutti i trasformatori a valvola, ma non è una scelta che condivido. Quando due avvolgimenti comunicano principalmente attraverso il nucleo magnetico, le frequenze più elevate e il microdettaglio finiscono inevitabilmente per risentirne. Contrariamente a molte leggende audiofile, nessun materiale ferromagnetico è realmente efficiente nel trasferire direttamente le alte frequenze. Le informazioni più fini passano soprattutto attraverso il corretto accoppiamento tra gli avvolgimenti. Per questo motivo ho progettato e realizzato rocchetti dedicati a singola cava, stampati appositamente per questo progetto.

Il trasformatore è stato sviluppato con una stratificazione degli avvolgimenti ben pensata, mantenendo primario e secondario il più possibile vicini tra loro. Il risultato è un trasformatore completamente proprietario, caratterizzato da circa 300 Henry di induttanza primaria e da un’impedenza d’uscita di circa 200 ohm. Un valore sufficientemente basso da consentire il pilotaggio senza problemi di ingressi professionali da 600 ohm e superiori, anche attraverso cavi molto lunghi.

Durante lo sviluppo è emerso un altro aspetto che considero fondamentale. Molti microfoni valvolari (se non tutti) forniscono livelli di uscita relativamente bassi. Questo obbliga ad utilizzare elevati guadagni nel preamplificatore successivo. A quel punto il risultato finale dipende non solo dal microfono ma tanto anche dal preamplificatore stesso. In pratica si spende molto per ottenere un microfono di qualità e poi si affida gran parte della personalità sonora ad un altro apparecchio.

Con Zorya ho scelto un approccio differente. Il microfono fornisce già un livello di uscita elevato. Questo migliora il rapporto segnale-rumore, rende meno critico l’utilizzo di cavi molto lunghi e soprattutto riduce drasticamente la necessità di preamplificazione successiva.

Nei test effettuati con un preamplificatore valvolare Avalon è risultato necessario inserire l’attenuatore -20dB, poiché il livello d’uscita di Zorya è sensibilmente superiore a quello normalmente atteso da un microfono valvolare. Il risultato è che ciò che si ascolta è molto più vicino al suono nativo del microfono. Alla realtà catturata dal microfono.

Per completare il progetto ho sviluppato integralmente anche l’elettronica di supporto. Sono stati progettati da zero sia il PCB interno del microfono sia il PCB dell’alimentatore dedicato. L’alimentazione del filamento utilizza un regolatore filtrato ad induttanza, mentre per l’anodica ho scelto una rettificatrice 6X4 seguita da un classico filtro CLC. Una soluzione tradizionale, affidabile e perfettamente coerente con la filosofia del progetto.

Dal pannello dell’alimentatore è possibile selezionare due diagrammi polari:

  • Cardioide
  • Omnidirezionale

È inoltre disponibile una seconda regolazione denominata:

  • Fat
  • Slim

Questa funzione consente di adattare rapidamente la risposta del microfono alla sorgente sonora e alla tipologia di voce registrata.

Le prestazioni di Zorya non sono rimaste confinate al laboratorio. Il microfono è stato utilizzato per diversi mesi presso The Walrus Studio di Spilamberto (Modena), da Roberto Bettini, che ha potuto lavorare sia con il prototipo sia con la versione definitiva. La sua esperienza è stata estremamente positiva.

Ho utilizzato a studio il microfono valvolare Zorya di SB-Lab nel suo formato prototipale per alcuni mesi, e testato di recente la versione definitiva.

A mio parere il microfono Zorya si caratterizza per un’alta sensibilità, è in grado di raccogliere tutte le sfumature di suoni sia semplici che complessi, ha una uscita potente che permette di ottenere ottimi rapporti segnale-rumore, anche in registrazioni di suoni relativamente deboli.

In registrazione, a causa dell’elevata sensibilità anche alle frequenze bassissime, si consiglia di utilizzare un filtro passa-alto nello stadio di pre-amplificazione tarato intorno ai 40 hz.

Utilizzando le opzioni di filtraggio presenti è in grado di adattarsi a diversi tipi di sorgenti sonore, fra tutte le possibili applicazioni lo consiglio per la registrazione delle voci, dove può eccellere per le voci sottili come quelle femminili, fornendogli buon corpo e presenza, e in tutti gli strumenti acustici, specialmente quelli con registri acuti.

Il trattamento post produzione delle tracce registrate risulta agevole e si raggiungono i risultati attesi, soprattutto sulle trace di voce, senza necessità di utilizzare processanti del suono complessi.

Roberto Bettini

The Walrus Studio
Spilamberto (Modena)

Per descrivere il suono di un microfono si possono usare molte parole, ma alla fine l’unico giudice davvero affidabile resta l’ascolto. Per questo motivo ho deciso di rendere disponibili alcune registrazioni effettuate con Zorya in contesti reali e senza artifici destinati a mascherarne il carattere.

  • La prima registrazione è dedicata ad una chitarra acustica. In questo caso il segnale proveniente dal microfono è stato registrato senza alcun trattamento. Nessun equalizzatore, nessun compressore, nessun plugin, nessuna elaborazione software. Ciò che ascolterete è semplicemente il suono prodotto dalla chitarra e catturato da Zorya.
  • La seconda registrazione è invece una prova di voce cantata. Anche in questo caso l’obiettivo non era costruire una produzione finita, ma permettere di ascoltare il comportamento del microfono su una delle sorgenti più critiche e più importanti in assoluto. La voce è spesso il banco di prova definitivo per qualsiasi microfono da studio.
  • Il terzo esempio proviene da una registrazione completa eseguita da una cover band di Vasco Rossi. Qui Zorya viene utilizzato all’interno di una produzione musicale reale, permettendo di valutarne il comportamento nel contesto di un mix completo e non soltanto su una sorgente isolata.

Per chi desidera effettuare un ascolto più accurato utilizzando un impianto Hi-Fi o cuffie di riferimento, è disponibile anche il download dei file originali in formato FLAC senza perdita di qualità. All’interno dell’archivio ZIP troverete le tre registrazioni complete utilizzate in questa pagina.

>>> Download File Demo Microfono Zorya <<<

L’invito è semplice: ascoltate, confrontate e lasciate che sia il vostro orecchio a giudicare. In campo audio le specifiche tecniche sono importanti, ma l’ascolto resta sempre l’ultima parola. Ma c’è un aspetto che considero ancora più importante. Zorya non è soltanto un prototipo o un esercizio di stile.

Con questo microfono è già stato registrato un album completo presso The Walrus Studio di Spilamberto (Modena), successivamente pubblicato anche in formato vinile. Non si tratta quindi di un progetto rimasto sulla carta o confinato al laboratorio, ma di uno strumento che ha già affrontato vere sessioni di registrazione professionale, contribuendo alla realizzazione di un’opera discografica destinata al mercato. Per chi desidera ascoltare un esempio reale tratto da questo lavoro, è disponibile su YouTube una delle tracce dell’album: https://youtu.be/dclP4Dq6hoY

Altre produzioni professionali e diverse band hanno successivamente utilizzato Zorya durante le proprie sessioni di registrazione, confermandone la versatilità e la capacità di adattarsi a contesti musicali molto differenti tra loro.

Zorya sotto la lente degli strumenti

Le registrazioni reali restano il metodo migliore per valutare un microfono, ma ritengo corretto mostrare anche alcuni dati strumentali raccolti durante lo sviluppo di Zorya. I grafici che seguono non hanno lo scopo di sostituire l’ascolto, ma permettono di comprendere meglio le scelte progettuali che hanno portato al risultato sonoro finale.

Il primo grafico mostra la banda passante dell’intero stadio audio, comprendente valvola e trasformatore d’uscita. Questo test permette di verificare l’estensione in frequenza e la linearità del circuito, evidenziando come il trasformatore proprietario sviluppato per Zorya sia in grado di trasferire correttamente sia le frequenze più basse sia le informazioni più fini presenti nella gamma medio-alta.

Il secondo grafico riporta lo spettro di distorsione armonica. Più che il valore assoluto della distorsione, particolarmente contenuto per un microfono valvolare, è interessante osservare la distribuzione delle armoniche residue, presenti a livelli particolarmente bassi. La struttura armonica contribuisce infatti in modo significativo alla percezione timbrica del microfono e rappresenta uno degli elementi che differenziano un progetto valvolare da una realizzazione completamente a stato solido.

Il terzo grafico mostra la risposta acustica del microfono in configurazione Flat, senza l’intervento dei filtri e delle equalizzazioni selezionabili dall’alimentatore. Questa misura consente di osservare il comportamento naturale della capsula e dell’elettronica, fornendo una fotografia oggettiva della voce originale di Zorya prima di qualsiasi adattamento alle diverse sorgenti sonore.

Come sempre, invito ad interpretare questi dati come uno strumento di approfondimento e non come un punto di arrivo. Un microfono non si ascolta con gli occhi e nessun grafico potrà mai sostituire ciò che accade quando una voce o uno strumento iniziano realmente a suonare davanti alla capsula.

Zorya rappresenta la mia idea di microfono valvolare. Non la copia di un classico. Non una reinterpretazione di un progetto altrui. Un microfono progettato, costruito e sviluppato interamente in SB-LAB, partendo da un foglio bianco e arrivando ad un prodotto capace di trovare una propria voce. Se desiderate ascoltarlo, provarlo nel vostro studio o ricevere informazioni per l’acquisto, potete contattarmi direttamente. Sarò felice di raccontarvi Zorya e, soprattutto, di farvelo ascoltare.

Continue reading...

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Riparazione Mesa Boogie DC-5: problemi comuni e come riportare in vita un amplificatore devastato

Il Mesa Boogie Dual Caliber DC-5 è uno degli amplificatori più rappresentativi della produzione Mesa degli anni 90, un combo potente, versatile, con canali realmente indipendenti e una dinamica che lo ha reso un punto di riferimento per chitarristi rock e metal. Come molti prodotti Mesa di quell’epoca, il DC-5 è costruito in modo robusto, con una circuitazione complessa che integra commutazioni logiche, relè, JFET e optoisolatori per gestire muting, switching dei canali e funzioni accessorie. Proprio questa complessità, però, lo rende un apparecchio che, quando si guasta, può trasformarsi in un campo minato per chi ci mette le mani.

La storia della riparazione di questo esemplare ne è la dimostrazione perfetta.

Un amplificatore completamente muto. L’apparecchio è arrivato da me completamente silenzioso. Il proprietario sospettava una valvola guasta, ma su uTracer tutte le valvole risultavano perfettamente funzionanti. Il problema, quindi, era altrove.

Aprendo il DC-5, ho trovato la prima sorpresa: il trasformatore di alimentazione era stato sostituito con un clone, e chi ha fatto il lavoro non ha pensato, o non ha saputo, recuperare il connettore originale. I fili del nuovo trasformatore erano stati saldati direttamente sugli spinotti del PCB, una scelta discutibile che ha reso ogni futuro intervento molto più laborioso. Ora, per smontare la scheda, è necessario dissaldare tutto ogni volta, con i fili che si rovinano. Una vera genialata.

Condensatori cotti e primi guasti evidenti. La prima riparazione “vera” riguarda tre elettrolitici da 1000uF completamente cotti, che ovviamente ho sostituito. Fin qui nulla di sorprendente. Il vero incubo è iniziato dopo.

Il circuito di commutazione dei canali e delle funzioni completamente morto. Alle prime prove è emerso che tutta la parte di circuito che comanda i vari relè, mute, cambio canale Lead/Rhythm e altre funzioni, era fuori uso. Continuando la diagnosi ho trovato:

  • Una serie di transistor completamente morti
  • Diversi JFET J175 fuori servizio
  • Optoisolatori 4N33 tutti bruciati
  • Solo due transistor ancora funzionanti in mezzo al disastro

Non ho idea di cosa possa essere capitato a questo amplificatore, ma deve essere arrivata alta tensione in una zona dove non sarebbe mai dovuta arrivare, perché il livello di devastazione non è compatibile con un guasto ordinario. Componenti irreperibili, test ingannevoli e smontaggi continui.

Per procedere ho dovuto acquistare appositamente i 4N33 e i J175, mentre altri due transistor li ho potuti sostituire con dei più comuni BC547.

La difficoltà maggiore è stata che molti componenti sembravano sani al tester finché non venivano dissaldati. Per esempio i J175, testati da sopra la scheda, risultavano regolari (si vedevano i due diodi con un anodo comune). Solo una volta dissaldati e messi sul tester per semiconduttori mostrava che in realtà erano morti.

Questo significa smontare, dissaldare, testare, rimontare… e ripetere la trafila più volte. Un calvario. Per complicare ulteriormente il tutto, trovare lo schema per la versione esatta di questa versione di PCB è stata un’altra perdita di tempo non indifferente.

Il lieto fine, dopo molte ore di lavoro, smadonnamenti e diagnosi ripetute, i nuovi componenti sono finalmente entrati in funzione, e il DC-5 è tornato a suonare come deve. Un lavoro davvero impegnativo, ma che ancora una volta dimostra quanto sia importante affidare certi amplificatori a chi li conosce bene e ha gli strumenti per affrontare guasti complessi.

Hai un Mesa Boogie DC-5 che necessita di assistenza? Se il tuo DC-5 presenta problemi di mute, cambio canale, rumori, malfunzionamenti del circuito logico o alimentazione – o se semplicemente vuoi farlo controllare – puoi contattarmi tramite il sito SB-LAB. Posso occuparmi di diagnosi, riparazione e revisione completa di questo modello.

Continue reading...

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.