In laboratorio capita spesso di avere bisogno di un piccolo amplificatore “da banco” per verificare al volo un segnale audio, senza dover accendere l’impianto principale o allestire una catena di misura completa. Un monitor palmare, con un ingresso, un controllo di volume e un piccolo altoparlante, permette di capire immediatamente se un pickup fruscia, se un pedale distorce in modo anomalo, se c’è un contatto intermittente o se un circuito tende ad oscillare. Questo progetto nasce proprio con questo scopo: realizzare un micro amplificatore valvolare single ended, semplice, compatto e realmente utile sul banco di lavoro.

Era una domenica, fuori il tempo era brutto e avevo voglia di costruire qualcosa di rapido ma divertente. Avevo tra le mani un trasformatorino di piccola potenza, recuperato da uno ionizzatore che avevo costruito anni prima, e da lì è nata l’idea di questo amplificatore valvolare “palmabile”. L’obiettivo non era realizzare un apparecchio hi-fi in senso stretto, ma un ascoltatore universale per pedalini da chitarra in riparazione, pickup di giradischi o qualunque altro segnale audio. Avrei potuto ottenere lo stesso risultato con un integrato come l’LM386, ma farlo con una valvola è decisamente più stimolante.
Il risultato è un oggetto che fa una cosa sola e la fa bene: trasformare un segnale di basso livello in qualcosa che si possa ascoltare subito, con un comportamento abbastanza neutro ma al tempo stesso “parlante”, ideale per individuare rumori, instabilità o difetti evidenti.
Per questo progetto ho scelto la PCL84, una valvola tipica da televisori, interessante perché integra in un solo bulbo un triodo e un pentodo. Questa caratteristica consente di realizzare un amplificatore completo con pochissimi componenti: il triodo svolge la funzione di stadio di tensione e adattamento d’impedenza, mentre il pentodo pilota direttamente il trasformatore d’uscita in configurazione single ended. È una soluzione compatta, economica e perfettamente coerente con l’idea di un monitor audio da banco.
Lo schema è volutamente essenziale e lineare. I valori dei componenti non sono critici al singolo punto percentuale, ma l’impostazione generale sì: la valvola deve lavorare in una zona sicura, i trasformatori di recupero non vanno stressati inutilmente e il circuito deve restare stabile anche con cablaggi semplici. In apparecchi così piccoli, con percorsi corti ma non sempre schermati, è facile che l’alta frequenza giochi qualche brutto scherzo, quindi conviene ragionare in modo pragmatico. Ecco lo schema (clicca per ingrandire)
Il trasformatore d’uscita è un componente recuperato da una radiolina a valvole demolita, con un’impedenza dichiarata di 13kohm sul primario e 12ohm sul secondario. Come spesso accade con i trasformatori d’epoca, questi valori vanno considerati indicativi. Se si lavora con materiale di recupero, è normale fare qualche prova pratica in abbinamento all’altoparlante disponibile. Nel mio caso l’amplificatore pilota una piccola cassetta da 4 ohm, soluzione più che adeguata per l’uso previsto.
Un certo disadattamento d’impedenza, in un progetto di servizio come questo, è generalmente tollerabile. È però importante osservare il comportamento del finale: se il suono diventa troppo compresso, se la valvola scalda eccessivamente o se il trasformatore manifesta vibrazioni anomale, conviene rivedere l’abbinamento. In un monitor da banco è preferibile rinunciare a un po’ di potenza in favore di stabilità e affidabilità.
Il condensatore C4 da 560pico è collegato in parallelo al primario del trasformatore d’uscita. Nei trasformatori da radio d’epoca questo accorgimento è spesso necessario per prevenire fenomeni di auto-oscillazione. Questo condensatore contribuisce a smorzare eventuali risonanze alle alte frequenze. Nel mio caso il valore di 560pico si è dimostrato sufficiente a rendere il comportamento del finale stabile.
Se replicando il circuito dovessero comparire fischi, instabilità o rumori che cambiano toccando i cablaggi, la prima verifica da fare riguarda il layout delle masse e il percorso dei segnali. Subito dopo, è opportuno intervenire proprio su C4, che in questo tipo di montaggi non è un dettaglio secondario ma un elemento funzionale alla stabilità complessiva.
Il circuito è stato montato su un ritaglio di bachelite, una soluzione pratica e robusta, mentre il contenitore è stato realizzato con una scatolina in plastica stampata in 3D. L’obiettivo era ottenere un oggetto compatto, facile da maneggiare e sicuro, senza parti in tensione accessibili. La manopola, decisamente brutta e recuperata chissà dove, completa l’insieme e ribadisce lo spirito del progetto: uno strumento da lavoro, non un oggetto da esposizione.




Il tasso di controreazione non dipende solo dal valore di R9, ma dal rapporto tra R9 e R3 … R9 da 680ohm e R3 da 100ohm … il rapporto sarebbe il medesimo anche se R9 fosse da 68ohm e R3 da 10ohm… o 6k8 e 1k (se uno non considera che R3 fornisce anche degenerazione locale al triodo). Alla medesina tensione di segnale al capo del secondario del trasformatore avresti sempre la medesima tensione al centro delle 2 resistenze. La gente è troppo abituata a vedere resistenze di controreazione di valore elevato e circuiti che si destabilizzano quando privi di carico, usare resistenze di piccolo valore nella rete di nfb diminuisce l’imprecisione e carica il secondario del trasformatore fornendo stabilità. Il circuito guadagna tantissimo già così, lo usavo per ascoltare le puntine dei giradischi delle radio, diminuendo ancora di più la controreazione arriverebbe a campatare anche i segnali dei rover che girano su marte. Il problema è esattamente quello che dico, un trasformatore d’uscita recuperato da una radiolina, grande come una nocciolina che ha una banda passate da 500hz 5k e rotazioni di fase e risonanze molto importanti. Questi trasformatori spesso li trovi con il condensatore collegato in parallelo al primario anche negli apparecchi da dove li smonti, anche se il circuito è senza retroazione, ti basta spulciare qualche schema di radio anni 50/60 per vederli in tantissimi schemi.
Ciao Stefano, fermo restando che un oggetto simile va visto come passatempo, per giocare e divertirsi un po’, mi stavo chiedendo se quella che dalla tua descrizione parrebbe una certa tendenza all’instabilità, un po’ calmata dal condensatore in parallelo al primario del trasformatore di uscita, possa essere imputabile ad un fattore di controreazione molto elevato e fra l’altro con resistenza di feedback non bypassata da un condensatore, cosa che potenzialmente potrebbe portare ad avere reazione positiva alle alte frequenze a causa delle rotazioni di fase dovute al trasformatore.
Non sarebbe forse meglio eliminare C1 e portare la controreazione direttamente sul catodo del triodo con una resistenza di valore ben più alto parallelata con un condensatore da qualche decina di pF?
PS: il filamento direi che è opportuno riferirlo a massa, magari con una rete RC, così da cautelarsi contro eventuali problemi di ronzio a 50Hz introdotto proprio dal filamento