Revisione e riparazione del GRAAF Graffiti 25

Questo articolo risale a molti anni fa, ai tempi in cui il mio laboratorio era poco più che una stanza arrangiata con mobili di recupero e strumenti di fortuna. Le foto non rendono giustizia al lavoro svolto, ma raccontano comunque bene quel periodo in cui, tra mille adattamenti, si faceva tutto con passione e inventiva. Il protagonista è un piccolo GRAAF Graffiti 25, uno dei modelli di fascia bassa del marchio, che meritava una revisione completa per tornare a suonare come si deve.


Il Graaf “Venticinque”, spesso citato come Graaf 25, era l’integrato d’ingresso della casa modenese fondata da Giovanni Mariani, un marchio celebrato per l’estetica italiana e la cura artigianale, con radici nell’area di Modena e una forte identità costruita negli anni Novanta e nei primi Duemila. Proprio per riscoprirne il carattere ho recuperato da un annuncio un esemplare non funzionante: un piccolo integrato che, al di là delle specifiche, ha un posto speciale nella storia del brand e meritava di tornare a cantare.

L’apparecchio non era mai stato revisionato e, dopo tanti anni di servizio, ha semplicemente smesso di funzionare. Poveretto, aveva proprio bisogno di una revisione completa.

Uno dei condensatori elettrolitici era visibilmente rigonfio (la plastica l’ho aperta io per verificare se avesse davvero sfiatato). Il lavoro più lungo è stato smontare praticamente tutto per poter estrarre la scheda principale e sostituire i quattro condensatori principali di filtro.

Rimontato tutto, l’amplificatore però non dava ancora segni di vita. Dopo alcuni controlli ho scoperto che il trasformatore toroidale di alimentazione aveva il primario interrotto. Con tutta probabilità, il condensatore difettoso non aveva provocato un corto secco, quindi il fusibile non si è bruciato subito; si è interrotto solo quando il trasformatore ha ceduto definitivamente. Una sfortuna tremenda!

Ecco il trasformatore di ricambio originale, marchiato GRAAF, che mi ha fornito personalmente Mariani.

Dopo la sostituzione del trasformatore e la revisione completa dei condensatori, il Graffiti 25 è tornato a suonare perfettamente. Un piccolo ma piacevole esempio di come anche un amplificatore di fascia bassa possa offrire ottime prestazioni, se mantenuto con cura.

Dopo la riparazione e la sostituzione del trasformatore, il Graffiti 25 è tornato a nuova vita: silenzioso, pulito e piacevolmente musicale, proprio come ci si aspetta da un GRAAF. È sempre una soddisfazione vedere un apparecchio rinascere, anche quando non si tratta di un modello “blasonato”. Se hai un amplificatore GRAAF o qualsiasi altro apparecchio hi-fi che necessita di revisione o restauro, contattami tramite la sezione “Servizi” del sito: sarò felice di valutare l’intervento più adatto per riportarlo alle migliori condizioni operative e sonore.

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Copland CTA-401 – Revisione Professionale e Modifiche al Bias

Da oltre trent’anni, Copland è un nome stimato nel panorama audiofonico internazionale, apprezzato per il suo approccio sobrio ma raffinato alla costruzione di amplificatori e componenti hi-fi. La casa danese produce una gamma limitata ma curata di apparecchi, puntando più sulla qualità esecutiva che sulla quantità di modelli.

Il modello CTA-401 è uno dei primi integrati a valvole progettati da Copland all’inizio degli anni Novanta (la produzione è cominciata attorno al 1990). È diventato un’icona del marchio per il suo equilibrio fra linearità, musicalità e raffinatezza timbrica. Pur essendo considerato da molti una soluzione “da città” — adatta cioè ad ambienti con casse efficienti e dove non servono potenze elevate — il CTA-401 è spesso elogiato per la sua grazia sonora, la trasparenza nella fascia media e la coerenza timbrica fra le sezioni del circuito.

Molti estimatori ne apprezzano anche l’aspetto progettuale: il frontale simmetrico, i pomelli “a cilindro” (rotary hat knobs) e lo stile elegante sono diventati elementi distintivi della famiglia Copland.

Questo Copland CTA-401 mi è stato affidato per risolvere alcune criticità. Il primo problema riguardava il trasformatore di alimentazione, che vibrava in modo evidente: qualcuno aveva già tentato un intervento palliativo, purtroppo senza successo. Il secondo problema era l’impossibilità di impostare lo stesso valore di bias su tutte e quattro le finali. L’originale trasformatore di alimentazione era stato alloggiato dentro un cilindro di acciaio riempito con schiuma di poliuretano: soluzione che può attenuare vibrazioni a breve termine, ma che nel tempo trasferisce comunque le risonanze al telaio e rende più complessa ogni manutenzione.

Ho quindi provveduto a progettare e realizzare un ricambio elettricamente e meccanicamente compatibile, con lamierini a perdite ridotte e fissaggio più solido, in grado di contenere la vibrazione e riportare le tensioni entro le specifiche del costruttore. L’installazione è stata eseguita senza modifiche irreversibili allo chassis, così da preservare l’originalità dell’apparecchio.

Poi ho avviato la revisione dello stampato dell’amplificatore: erano presenti sporcizia diffusa e croste di vecchio solder che stavano corrodendo i margini delle piste, con rischio di microfessurazioni e contatti incerti. Ho rimosso le residuazioni, ripassato le saldature fredde e ripristinato i pad più stressati per garantire affidabilità nel lungo periodo.

Quindi ho smontato l’intera scheda e proceduto a un’accurata pulizia con detergenti idonei, seguita da lavaggio e completa asciugatura. Questo passaggio è fondamentale per eliminare flussanti vecchi e prevenire tracciamenti ad alta tensione o rumori parassiti dovuti a contaminazioni superficiali.

Il primo guasto rilevante è stato una delle quattro resistenze da 10 ? usate come test point del bias: era cotta e misurava 5,6 ? anziché 10 ?. Oltre a falsare la lettura del bias, una resistenza in quelle condizioni può fungere da “fusibile casuale” e innescare instabilità. È stata sostituita con un componente a bassa tolleranza e adeguata dissipazione.

Ho poi trovato un ponte raddrizzatore “universale” al posto dei quattro diodi fast dell’anodica principale: scelta impropria, perché incrementa le perdite e peggiora il recovery alle alte tensioni, con possibile aumento del ronzio e stress dei condensatori. La sostituzione era indispensabile per ripristinare il comportamento originario del circuito di alimentazione HT.

Ho quindi reinstallato quattro diodi del tipo corretto, veloci e con adeguata tensione inversa, migliorando l’efficienza del raddrizzamento e riducendo il rumore residuo. Dopo l’intervento la forma d’onda e le tensioni si sono riportate entro le specifiche attese.

Poi ho analizzato la questione del bias: in sostanza è un bug di progettazione, perché è stato previsto un solo trimmer per regolare tutte e quattro le valvole. Riporto il testo che appare sul sito di audiokit a questo indirizzo, che già proponeva una modifica:

Come ultimo passo abbiamo provveduto a eliminare un bug circuitale. Per come è stato impostato il circuito di Bias si è costretti ad usare un quartetto di valvole selezionate. I trimmer P1 e P2 infatti permettono si il bilanciamento della corrente anodica di ogni coppia di valvole finali, ma avendo un solo potenziometro P3 per la regolazione della corrente anodica possiamo ritrovarci con una coppia che “tira” di più ed una coppia che “tira” di meno, ed in tal modo un canale suona in un modo ed un canale in un altro! Assurdo, pensando al costo di un comunissimo trimmer. La modifica è semplicissima: si duplica il circuito a valle di P3, si trancia la pista che collega i cursori dei trimmer P1 e P2 e dal terminale negativo di C18 Bis si collega un filo al cursore del Trimmer isolato. In questa maniera è possibile procedere alla taratura in maniera più libera.

La modifica proposta da audiokit è questa qui:

In realtà la problematica dell’amplificatore originale è più ampia: anche acquistando un quartetto matchato, in breve tempo si osserva una deriva delle quattro valvole che rende impossibile, nel giro di poche settimane, mantenere un corretto bilanciamento del bias. Nel caso in esame avevo a disposizione un quartetto di Svetlana WC con circa una settimana di rodaggio, e già si riscontravano differenze di anche 10 mA tra una valvola e l’altra. La modifica del circuito di bias diventa quindi sostanzialmente obbligatoria per una taratura stabile e indipendente delle singole finali. Ho implementato la soluzione proposta da audiokit, con cablaggio pulito e percorsi di massa controllati.

Ho però riscontrato un ulteriore limite: le Svetlana WC mostravano un’emissione leggermente inferiore rispetto ad altre EL34 (oltre alle WC ho testato anche JJ e National), come verificato su uTracer. Non riuscivo a superare i 32 mA perché ero a fine corsa del trimmer (mentre il setpoint consigliato è di 48 mA per ciascuna valvola). Inoltre, il ventaglio di regolazione tra minima e massima corrente era troppo stretto e mal si adattava a certe produzioni di valvole attuali. Ho quindi introdotto una piccola modifica al circuito di bias, aggiungendo solo due resistenze, in modo da ampliare il range utile e ottenere una regolazione comoda e precisa anche con valvole di emissione differente. Pubblico di seguito lo schema (clicca per ingrandire):

Nota scritta direttamente da audiokit:

Buongiorno Stefano, bel lavoro e grazie del link (bei ricordi..) dovresti solo specificare che la modifica proposta da Audiokit risale al 1998 circa tempi in cui le tipologie delle valvole di allora erano probabilmente diverse e più ripetitive, considera che poi NON tutti i quartetti di EL34 JJ, EH, Tung-Sol, China, Svetlana USA, Svetlana SED ecc… hanno valori ripetitivi simili, io che le misuro sempre tutte posso dirti con certezza che ci sono variazioni tra quartetti anche del 30-40 % (e non solo sulle EL34…) e qualche marchio di cui non faccio nome mi spedisce quartetti che superano anche il 30% di tolleranza tra le stesse valvole (devo dividerle poi io a coppie se mi va bene..) quindi a volte è necessario agire pesantemente sulle tarature anche sostituendo componenti.

Questo è l’apparecchio finito:

Non ho eseguito altre modifiche suggerite da audiokit perché un precedente proprietario aveva già sostituito i condensatori sul segnale con polipropilene (marca indicata “miflex”) e gli altri condensatori del circuito con Wima rossi. All’ascolto ho trovato l’apparecchio tendenzialmente brillante sulle alte frequenze; in particolare i Wima rossi enfatizzano la gamma alta in modo per me affaticante (ho dovuto abbassare la regolazione di roll-off delle mie Tannoy per un ascolto equilibrato). Probabilmente la sostituzione dei soli condensatori di segnale con Jensen avrebbe fornito un equilibrio timbrico più naturale, mantenendo al contempo la trasparenza.

Non ho inserito induttanze di filtro sull’alimentazione anodica perché non c’era un punto di fissaggio meccanicamente adeguato. Ho però variato il valore della resistenza R47 da 15 ? a 62 ? per compensare l’aumento di tensione introdotto dal nuovo trasformatore (l’anodica è passata da ~430 V, valore previsto, a ~466 V). In questo modo ho riportato i punti di lavoro entro un range più consono e ridotto lo stress sui componenti a valle.

Come già osservato sugli Audio Research Reference 210, con grossi condensatori di livellamento sull’HT è impossibile annullare completamente la vibrazione del trasformatore: resta un leggero ronzio meccanico, però minimo e inavvertibile durante la riproduzione; si percepisce solo in silenzio ravvicinato. Purtroppo, anche i trasformatori selezionati dalle case madri tendono a vibrare dopo un certo periodo. Una lieve vibrazione è fisiologica; altra cosa è un “trattore”. Chi avesse un CTA-401 con trasformatore che ronza in modo inaccettabile e desiderasse il mio ricambio Mod. 20S4474 trova le caratteristiche nella pagina dei trasformatori di alimentazione e può contattarmi per l’acquisto.

Per completare l’intervento ho effettuato alcune misure strumentali di verifica: la risposta in frequenza coincide con quanto dichiarato dalla casa madre, confermando l’allineamento funzionale dopo la sostituzione del trasformatore e la revisione del circuito.

La risposta sul carico reattivo suggerisce un buon fattore di smorzamento (non l’ho misurato direttamente su questo esemplare, preferisco evitare la misura sui commerciali; a occhio è nell’ordine di 7–10), con basso rigonfiamento in gamma bassa e controllo decoroso del woofer.

E questa è la distorsione armonica a 1 W su carico resistivo, con spettro regolare e assenza di spurie anomale, in linea con l’architettura del circuito e con le condizioni di polarizzazione impostate.

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Audio Research Reference 210 – Soluzione al ronzio del trasformatore

Nell’immaginario degli appassionati di alta fedeltà il nome Audio Research è legato a una tradizione di suono raffinato e costruzione di pregio. Il Reference 210 incarna bene questa filosofia: un monoblocco valvolare imponente, pensato per chi desidera potenza e musicalità in egual misura. Non è solo un amplificatore, ma un oggetto da ammirare, capace di coniugare l’eleganza del design classico con la solidità di una macchina destinata a durare. Dietro il frontale inconfondibile c’è tutta la cura artigianale di una casa che da decenni rappresenta un punto di riferimento per gli audiofili. È con questo spirito che mi sono trovato a intervenire su una coppia di REF 210, riportandoli al pieno splendore sonoro.

Ho ricevuto una coppia di Audio Research Reference 210, finali monofonici di alto livello. Uno dei due presentava un ronzio meccanico molto marcato proveniente dal trasformatore di alimentazione. In passato si era già tentato di risolvere il problema resinando nuovamente il trasformatore, ma il rimedio si era rivelato temporaneo: dopo alcuni mesi il ronzio era tornato. Dopo un’accurata verifica di tutta l’elettronica ho escluso guasti nei circuiti, condensatori deteriorati o altre anomalie.

La casa madre non fornisce il solo ricambio e propone esclusivamente la spedizione dell’intero apparecchio negli USA, dove viene installato il trasformatore originale dedicato, con costi e tempi molto elevati, superiori a 3000€. Si è quindi deciso di produrre in Italia un nuovo trasformatore compatibile, mantenendo le stesse caratteristiche elettriche ma migliorando la meccanica.

Per poter replicare fedelmente il componente ho dovuto prima rimuovere la spessa resinatura del trasformatore originale. Si è così potuto constatare che la costruzione non seguiva le soluzioni più evolute: tutte i lamierini “E” erano da un lato e tutte le “I” dall’altro, unite con saldatura ad arco. Una tecnica che velocizza l’assemblaggio ma può aumentare le dispersioni magnetiche. Inoltre il rocchetto era in cartone e fermato con un semplice pezzo di compensato, come visibile nelle foto.

Ho quindi realizzato una prima copia del trasformatore, resinata senza chiusure e montata a banco nell’amplificatore.

Con sorpresa, anche il primo clone presentava un certo ronzio (seppure inferiore all’originale). Dopo ulteriori ricerche, ho scoperto che questo difetto è segnalato da diversi utilizzatori e da altri tecnici. Ho misurato le correnti di carico di tutti i secondari, risultate ben al di sotto delle possibilità del trasformatore. L’amplificatore adotta una accensione ritardata: la corrente del secondario anodico principale sale gradualmente fino a circa 700 mA, e la vibrazione aumenta in parallelo. Piccoli incrementi della tensione primaria (anche meno di 10 V), simulati con un variac, producevano picchi di corrente e un immediato aumento del ronzio. Tutto ciò ha suggerito un legame con la fase di carica dei condensatori.

Analizzando lo schema di alimentazione, emerge che subito dopo il ponte raddrizzatore è presente un’enorme batteria di condensatori in parallelo, quasi 6000 µF a 420 V. Molti di questi condensatori di piccola capacità e bassissima ESR, collegati in parallelo, abbassano drasticamente la resistenza interna del circuito. Una simulazione SPICE ha confermato che il trasformatore subisce picchi di corrente istantanei vicini a 50 A all’inizio di ogni ciclo di carica, pur non essendo sovraccaricato in regime continuo.

La filosofia costruttiva, mirata a minimizzare l’ESR per ottenere una risposta più rapida, include anche l’uso di due conduttori da 3 mm² in parallelo fra ponte e scheda. Se da un lato questo può teoricamente giovare all’ascolto, dall’altro espone il trasformatore a sollecitazioni impulsive non trascurabili. Una semplice resistenza da pochi ohm in serie al positivo del ponte avrebbe ridotto notevolmente i picchi di corrente, proteggendo il trasformatore.

A questi fattori si aggiunge la costruzione meccanica: il nucleo molto rettangolare, il serraggio assente in fase di resinatura e la saldatura ad arco solo esterna lasciano i lamierini centrali meno vincolati. Col tempo, le micro vibrazioni rompono la resina, causando il ronzio che ho riscontrato. Un diverso tipo di montaggio o un pacco lamierini più compatto avrebbe probabilmente allungato la vita del componente.

Per garantire una soluzione definitiva, ho quindi avvolto un nuovo trasformatore, chiuso e resinato a pacco serrato con resina ad alta penetrazione. Anche se questo ha richiesto di adattare leggermente la modalità di montaggio, la solidità complessiva è risultata nettamente superiore. Nella foto seguente si vede il nuovo trasformatore provvisoriamente in sede, con i cavi ancora lunghi per i collaudi.

Il trasformatore definitivo presenta un ronzio residuo trascurabile, completamente coperto dal rumore della ventola, e ha superato una lunga sessione di test interni senza problemi. Il cliente ha così potuto rimettere in funzione il proprio Reference 210 con una sicurezza meccanica ed elettrica superiore a quella originale.

Parere del proprietario:

«Ciao, stanno suonando che è una meraviglia, grazie di cuore: sei molto bravo.» – Gian.

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