Le classi di funzionamento negli amplificatori valvolari: tra teoria, realtà e marketing

Nel mondo dell’audio valvolare si parla spesso di “classe A”, “classe AB” o “classe B” come se questi termini fossero sinonimo di qualità sonora o potenza assoluta. In realtà, la classe di funzionamento definisce soltanto il modo in cui la valvola lavora rispetto al segnale: quanto tempo durante il ciclo di un’onda rimane conduttiva, quanto è spinta vicino al limite e con quale efficienza viene trasformata la potenza elettrica in potenza audio utile.

Dietro queste sigle apparentemente semplici si nascondono concetti fisici precisi, ma anche molti miti e semplificazioni diffuse. C’è chi sostiene che la classe A “suoni meglio perché è pura”, chi crede che un push-pull in classe AB sia automaticamente inferiore, o chi dichiara potenze fantasiose che sfidano le leggi della termodinamica.

In questo articolo vedremo con chiarezza cosa significa realmente ciascuna classe di funzionamento, come varia la resa in base al tipo di valvola e alla sua connessione (triodo, tetrodo o pentodo, con o senza ultralineare), e soprattutto quali valori di potenza sono realistici per un determinato circuito. L’obiettivo non è difendere una “classe” contro un’altra, ma fornire strumenti concreti per distinguere la tecnica dalla fuffa, e capire cosa aspettarsi davvero da un amplificatore valvolare ben progettato.

Le classi di funzionamento spiegate senza troppa filosofia

In un amplificatore valvolare la “classe di funzionamento” indica quanto a lungo la valvola conduce corrente durante il ciclo del segnale audio. In parole semplici: in classe A la valvola conduce sempre, anche quando il segnale è nullo; in classe AB conduce per più di mezzo ciclo, ma non sempre; in classe B conduce solo per metà ciclo, e l’altra metà è affidata alla valvola complementare.

Nel mondo Hi-Fi moderno la classe B vera e propria non si usa (e non si dovrebbe usare), perché introduce una distorsione di “crossover” molto evidente. Esistono poi altre classi particolari: la classe C, che interessa solo i trasmettitori RF e non ha applicazioni audio, e la classe D, tipica degli amplificatori a stato solido a commutazione, non dei valvolari.

Un amplificatore single ended può essere solo in classe A, per un motivo molto semplice: c’è una sola valvola che amplifica tutto il segnale, quindi deve restare sempre conduttiva, anche nel punto più basso dell’onda, altrimenti parte del segnale sparirebbe.

Un push-pull, invece, può funzionare sia in classe A che in classe AB. Se è in classe A, entrambe le valvole conducono sempre per tutto il ciclo, ma a differenza di un single ended, le correnti continue si annullano nel trasformatore. La potenza ottenibile è la stessa di un single ended parallelo, ma con un trasformatore privo di correnti continue e che quindi funziona meglio e in modo più lineare.

E arriviamo al famigerato concetto di “pura classe A”, che è semplicemente una scemenza inventata dal marketing. Non esiste nessuna “classe A pura”, perché la distinzione tra classe A e classe AB è già netta e sufficiente. Molti confondono le due cose dicendo: “eh ma poi scopri che è in classe A fino a un certo punto, poi non più”. Ecco, in quel caso è una classe AB, e non c’è niente di strano, è proprio per questo che esiste il concetto di classe AB! Cioè, molte persone non si rendono conto che un amplificatore che lavora in classe A fino a un certo punto è, a tutti gli effetti, un amplificatore in classe AB! Non esistono due cose diverse: è proprio così che funziona la classe AB — parte del segnale viene amplificata in A, poi oltre una certa soglia si entra gradualmente nella zona B. Dire “funziona in A fino a un certo punto” è semplicemente descrivere la classe AB con altre parole! Ed è proprio per questo che non ha alcun senso parlare di “classe A pura”: dire semplicemente classe A implica già che l’amplificatore non supera mai il punto in cui una delle valvole smette di condurre. La definizione stessa di classe A esclude per sua natura qualsiasi passaggio in B, quindi aggiungere “pura” è solo ridondante o meglio, un trucco di marketing, una frase senza senso tecnico.

In un push-pull, tra l’altro, è praticamente impossibile rimanere in classe A al 100%. Quando ci si avvicina al limite di potenza, appena prima del clipping, ci sarà sempre una piccola zona in cui il circuito passa in AB, a causa delle inevitabili tolleranze delle valvole o delle leggere imperfezioni nella polarizzazione. Ma questo vale anche per i single ended, che in teoria dovrebbero essere sempre in classe A: in pratica non lo sono mai in modo perfetto. Per via della non linearità della valvola e delle caratteristiche del trasformatore, il clipping in un single ended è intrinsecamente asimmetrico; quindi, anche lì, verso il limite della potenza il funzionamento si sbilancia leggermente, comportandosi per un attimo come se fosse in classe AB, anche se non c’è una seconda valvola a compensarlo.

Ma preoccuparsi di questo è una perdita di tempo: nessuno ascolta musica con l’amplificatore a pieno carico continuo, e tutti i watt erogati prima di quel punto sono e restano in classe A, con il suono e le caratteristiche tipiche di quella classe. Se hai un amplificatore da 20 watt che lavora in classe A per 19,5 watt e poi passa in AB solo sull’ultimo mezzo watt, non suonerà mai in modo diverso da uno che resti in A perfetta fino in fondo. Tra l’altro, la differenza può dipendere anche solo dal tipo di valvole montate: basta cambiare una coppia e il punto di transizione si sposta.

Una volta, spiegando questo concetto al telefono ad un cliente, lui mi disse: “Lo so la differenza tra A e AB, ma tanti dicono A e poi scopri che è A solo fino a un certo punto, quindi dire pura classe A serve per dire che è A perfetta per tutta la potenza.”

La mia risposta fu: “Guarda, da un push-pull di KT88 in classe A ottieni circa 20-22 watt. Su facebook una volta vidi che parlavano di un amplificatore push-pull di KT88 da 80 watt in pura classe A. Non è fisicamente possibile quello era un amplificatore in classe AB, punto. E se provavi a discuterne tecnicamente, il venditore si inalberava e ti rispondeva con il classico eh ma tu non sai come si fa… sì, certo che lo so: fai una classe AB e poi racconti che è “pura classe A”.”

La conclusione è semplice: gli amplificatori a valvole possono essere in classe A o in classe AB, e la “pura classe A” non esiste. È solo un’etichetta inventata dai venditori furbi e dai guru da fiera per abbindolare chi non ha gli strumenti per capire la differenza.

I Watt: RMS, picco e… quelli “musicali”

Quando si parla di potenza negli amplificatori, il termine “watt” viene spesso usato in modo disinvolto, e non sempre con cognizione di causa. In realtà, esistono diversi modi di misurare o dichiarare la potenza, e capire la differenza è fondamentale per non farsi prendere in giro.

La potenza RMS (Root Mean Square) è l’unica misura seria e tecnicamente corretta: rappresenta la potenza media effettivamente erogata dall’amplificatore su un carico resistivo, senza distorsione e in condizioni di funzionamento continuo. È quella che conta davvero, perché indica quanto “spinge” realmente l’amplificatore in uso normale.

La potenza di picco o picco-picco (PeP) si riferisce ai valori massimi istantanei del segnale: il punto più alto dell’onda positiva e quello più basso dell’onda negativa. È un valore molto più grande rispetto alla potenza RMS (circa otto volte maggiore) ma non rappresenta la potenza reale e continua dell’amplificatore, bensì solo l’escursione massima del segnale prima del clipping.

Fa più scena dire “questo amplificatore eroga 160 watt PeP” piuttosto che “20 watt RMS”, ma in sostanza è la stessa cosa: cambia solo il modo di esprimere il numero, non la potenza effettiva.
Il valore PeP ha un suo significato tecnico in determinati ambiti di misura, quindi come definizione esiste ed è corretta, ma come al solito, il marketing se n’è appropriato per gonfiare le specifiche e far sembrare tutto più potente di quanto non sia davvero.

E poi ci sono i famigerati “watt musicali”, un’invenzione del marketing degli anni ’70 e ’80 per far sembrare tutto più potente. In pratica, i “watt musicali” sono semplicemente i watt RMS moltiplicati per due. Tutto qui. Nessuna formula, nessuna misura scientifica, solo un numero raddoppiato per scrivere di più sulla targhetta. Così un amplificatore che eroga realmente 10 watt RMS diventa magicamente un “20 watt musicali”. Un trucco da fiera, buono solo per confondere chi non ha gli strumenti per capire la differenza.

In sintesi:

  • Watt RMS: potenza reale e continua.
  • Watt di picco: istante massimo prima della distorsione.
  • Watt musicali: una trovata pubblicitaria senza alcun fondamento tecnico, solo numeri gonfiati per vendere di più.

Le potenze inventate e i miracoli da datasheet

Un altro grande classico del mondo dell’audio valvolare è la dichiarazione di potenze completamente inventate, spesso basate su calcoli fantasiosi o su una lettura ingenua (quando non deliberatamente furba) dei datasheet delle valvole. Come difendersi dalle pratiche commerciali scorrette di certi produttori di apparecchiature valvolari, che spesso approfittano della poca esperienza tecnica di alcuni utenti per diffondere informazioni confuse o fuorvianti. Di recente ho ricevuto l’ennesima email di un appassionato che mi chiedeva chiarimenti proprio su questo tipo di situazioni:

Ciao mi chiamo *** recentemente ho chiesto informazioni su un forum riguardo uno schema con le EL34, un utente mi ha consigliato il tuo progetto di SE con le EL34 quello pilotato con le 6SL7 in totem perchè l’ha realizzato e ha detto che va molto bene ma tu scrivi che è un 7 watt e a me non bastano, io invece ho trovato questo schema (schema censurato) ed è l’unico da 15watt che ho trovato e l’ho realizzato con le EL34 invece che con le KT88 però non mi soddisfa, visto che mi hanno parlato bene di te mi puoi spiegare la differenza, forse perchè questo schema usa l’ultralineare e tu no? puoi farmi un trasformatore con la presa al 43% o puoi modificarmi il tuo progetto per più di 15 watt visto che non mi bastano? Ciao e grazie.

Dopo aver letto la sua email, la domanda era chiara: come mai il mio progetto con una EL34 in single ended è da 7 watt, mentre un altro schema simile dichiarava 15 watt? Ovviamente quei “15 watt” erano del tutto campati in aria, ma vale la pena chiarire il perché, così da capire come nascono certe dichiarazioni fantasiose.

Innanzitutto, dell’uso dell’ultralineare in single ended ho già parlato in un altro articolo, che potete leggere cliccando qui. L’idea diffusa che l’ultralineare aumenti la potenza è falsa: in realtà, in configurazione single ended, la potenza diminuisce, non aumenta.

In secondo luogo, io indico sempre la potenza per singolo canale, quindi i miei 7 watt sono 7 + 7, non 7 totali. Nel progetto che mi è stato segnalato, invece, era scritto “15 watt stereo”, il che lascia intendere che si tratti della somma dei due canali, una pratica furba ma scorretta, fatta solo per scrivere un numero più grande sulla carta e confondere i meno esperti.

Per curiosità e per verificare quanto fosse realistico quel valore, ho deciso di simulare il circuito. Ho utilizzato LTSpice, un software gratuito di simulazione analogica sviluppato da Analog Devices, e i modelli valvolari di Norman Koren, un nome affidabile nel settore. Nel test ho simulato uno stadio finale con KT88, utilizzando un trasformatore ideale da 3k con presa al 43%. Un trasformatore ideale significa senza perdite, quindi già nelle condizioni più favorevoli possibili: se anche in questa simulazione “da sogno” il risultato non si avvicina ai 15 watt dichiarati, nella realtà è impossibile raggiungerli.

La corrente al catodo risulta di 110 mA. Considerando che il catodo è sollevato da massa di 40 volt e la tensione anodica è di 450 volt, sulla valvola cadono 450 – 40 = 410 volt. Moltiplicando per la corrente otteniamo 410 × 0,11 = 45,1 watt, quindi la valvola sta dissipando 45 watt, superando già il limite di targa di una KT88, che è di 40 watt complessivi (35 di placca + 5 di griglia schermo).

È evidente che nella realtà un trasformatore d’uscita non è ideale: ha una resistenza in corrente continua che provoca una piccola caduta di tensione. Quindi la tensione effettiva sulla placca sarà inferiore ai 450 volt teorici. Se ipotizziamo una perdita di circa 10 volt nel primario, possiamo correggere la simulazione portando la tensione di alimentazione a 440 volt, in modo da riflettere un comportamento più realistico del circuito.

Ora sulla valvola cadono 400 volt con una corrente di 100 mA, quindi la dissipazione è esattamente 40 watt, pari al limite massimo consentito per una KT88. Il trasformatore, nella simulazione, è ancora ideale, quindi senza perdite né resistenza ohmica. Poiché il catodo è sollevato da massa di 40 volt, il segnale massimo applicabile alla griglia di controllo, prima che la valvola entri in clipping, sarà di circa 40 volt di picco. A questo punto possiamo osservare quale tensione si ottiene sul secondario del trasformatore.

Il segnale misurato sul secondario mostra un picco positivo di 12,29 V e un picco negativo di 13,57 V, per un totale di 25,86 V picco-picco. Applicando le formule base:

  • I = V / R = 25,86 / 8 = 3,23 A picco-picco
  • W = V × I = 25,86 × 3,23 = 83,52 watt picco-picco
  • WRMS = Wpp / 8 = 83,52 / 8 = 10,44 watt RMS

Si tratta di una potenza calcolata con un trasformatore ideale, quindi senza alcuna perdita. In un circuito reale, però, il trasformatore ha sempre una certa dispersione: in media attorno al 30%, a seconda della qualità costruttiva e delle dimensioni del nucleo. Tenendo conto di questo rendimento, la potenza effettiva scende a circa 8 watt RMS reali, forse 10 nei casi migliori. Ma anche volendo essere ottimisti, non saranno mai 15 watt, come dichiarato da certi schemi “creativi”.

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità. Cit: Joseph Goebbels

Vediamo ora come cambia la situazione utilizzando una EL34. In questo caso la tensione anodica è di 340 volt, con il catodo sollevato da massa di 21 volt. La corrente anodica risulta di 77,8 mA, per una dissipazione complessiva di 24,8 watt, praticamente al limite dei 25 watt massimi ammessi per la valvola. Il generatore di segnale applicato alla griglia di controllo fornisce un’ampiezza di 21 volt di picco, valore sufficiente per portare la valvola vicino al punto di clipping.

Il segnale sul secondario mostra un picco positivo di 9,69 V e un picco negativo di 10,32 V, per un totale di 20,01 V picco-picco. Saltando i calcoli già illustrati in precedenza, la potenza corrispondente su un trasformatore ideale risulta di circa 6,25 watt RMS. Togliendo la dispersione reale del trasformatore, che inevitabilmente riduce la resa, la potenza effettiva scende ulteriormente. Quindi, anche nelle condizioni più favorevoli, non si arriva certo a 15 watt per canale, e nemmeno a 7 reali con quel circuito. Nel mio progetto, invece, la EL34 è utilizzata a pentodo, una configurazione che offre un rendimento di potenza superiore rispetto al collegamento a triodo o ultralineare. Vediamo quindi cosa accade in simulazione con la valvola collegata a pentodo.

Con la EL34 collegata a pentodo, il segnale misurato sul secondario mostra 11 V di picco positivo e 15,86 V di picco negativo, per un totale di 25,86 V picco-picco. Questo corrisponde a circa 10,44 watt RMS su un trasformatore ideale, privo quindi di qualunque perdita. Considerando un rendimento realistico, con una dispersione media intorno al 30%, la potenza effettiva diventa circa 8 watt RMS reali.

Personalmente, preferisco dichiarare la potenza in modo onesto, misurandola poco prima che una delle due semionde inizi a schiacciarsi, cioè appena sotto il punto di clipping. Per questo motivo il mio progetto viene indicato come 7 watt RMS per canale, quindi 14 watt totali in stereo, una potenza reale e ripetibile che supera comunque quella di molti schemi che dichiarano numeri impossibili e fisicamente irraggiungibili senza distorsioni pesanti. Per chi volesse replicare le simulazioni, metto a disposizione la libreria di LTSpice con i modelli di Norman Koren, disponibile qui: Koren_Tubes.zip.

Potenza e impedenza: perché nei valvolari non funziona come negli stato solido

Un cliente mi ha chiesto una cosa curiosa:

Ciao stefano sono *** l’anno scorso ho realizzato il PP2010 di ciuffoli con i tuoi trasformatori ti voglio chiedere se metto delle casse di 4ohm sulla presa da 8ohm posso arrivare a 100watt?

Dopo un breve scambio, è emerso che qualcuno, uno dei soliti “guru” da social, gli aveva suggerito questa teoria. Pensavo parlasse di amplificatori a stato solido, invece si riferiva a un valvolare.

La confusione nasce dal fatto che valvolari e transistor lavorano in modo completamente diverso. Negli amplificatori a stato solido, che sono amplificatori di corrente, la potenza erogata aumenta se si riduce l’impedenza del carico: per esempio, un ampli che fa 40 watt su 8 ohm può arrivare a 80 su 4 ohm, perché può fornire più corrente.

Negli amplificatori valvolari, invece, il discorso cambia completamente. Qui abbiamo amplificatori di potenza che lavorano tramite un trasformatore di uscita, il quale adatta l’impedenza delle casse a quella vista dalle valvole. Le finali a valvola non lavorano solo in corrente ma anche in tensione, e per ottenere la massima efficienza e la minima distorsione devono operare su una retta di carico ben precisa.

Per questo ogni trasformatore ha più prese di uscita (4, 6, 8, 16 ohm), e la cassa va sempre collegata alla presa corrispondente alla sua impedenza nominale. Collegare una cassa da 4 ohm alla presa da 8 ohm non aumenta la potenza, anzi: provoca un disadattamento d’impedenza, riduce la resa, altera la risposta in frequenza e aumenta la distorsione.

In sintesi: negli stato solido abbassare l’impedenza del carico aumenta la potenza, nei valvolari ne peggiora il funzionamento. Il trasformatore si occupa già di mantenere costante l’impedenza riflessa sulle valvole, quindi la potenza resta la stessa indipendentemente dall’uscita usata, purché si colleghi la cassa giusta al morsetto giusto.

Vademecum pratico delle potenze realistiche

Per chi vuole orientarsi tra i numeri reali e le leggende metropolitane, ecco un piccolo vademecum non esaustivo con le potenze RMS approssimative ottenibili dalle valvole più comuni, sia in configurazione single ended (SE) che push-pull (PP). I valori indicati sono da considerarsi realistici, riferiti a circuiti ben progettati e con un funzionamento entro il limite di dissipazione accettabile.

  • 300B: In SE, se pilotata correttamente, arriva a 9-10 watt RMS, se meno vuol dire che il driver è debole. In PP, anche se poco comune, in classe AB può raggiungere 30 watt.
  • 2A3: In SE eroga circa 2,5-3 watt RMS, mentre in PP in classe AB si può arrivare a 12-15 watt.
  • EL34: In SE fornisce 7-8 watt RMS, e in PP in classe AB fino a 25-30 watt. Collegata a triodo in classe A eroga circa 5 watt.
  • KT88: A triodo in classe A produce 6-6,5 watt RMS. In single ended a pentodo fino a 12watt. In PP ultralineare in classe AB 70-75 watt, mentre in PP a pentodo circa 50 watt. Questo è un caso particolare: in teoria il pentodo dovrebbe dare più potenza, ma nelle KT88 le griglie schermo sono delicate e oltre i 50 watt rischiano di fondere. In configurazione ultralineare il problema non si presenta, motivo per cui da questa valvola si ottiene più potenza in ultralineare che a pentodo.
  • EL84 / 6V6: Molto simili come prestazioni: 3 watt in SE, fino a 15 watt in PP classe AB a pentodo. La EL84 collegata a triodo in SE fornisce meno di 1 watt, perché la sua pendenza troppo elevata la rende poco efficiente in questa configurazione.
  • 211: In SE, con pilotaggio solo a griglia negativa, circa 15 watt RMS; con pilotaggio anche in griglia positiva, fino a 25 watt.
  • 845: In SE, con pilotaggio a sola griglia negativa, circa 25 watt RMS.

Questi valori vanno presi come riferimento realistico, non come limiti assoluti. Ogni progetto ha le sue sfumature, ma se trovate qualcuno che dichiara numeri molto diversi da questi, potete già intuire che sta raccontando più favole che elettronica. Se avete dubbi o volete conoscere le potenze tipiche di altre valvole, scrivetelo nei commenti: sarà un piacere aggiungerle alla lista.

Gli “amplificatori atomici”

A conclusione di questo articolo vale la pena citare una categoria particolare di apparecchi, che io chiamo affettuosamente “amplificatori atomici”. Si tratta di quei progetti, spesso risalenti alla fine degli anni ’70, nati dalla mente di progettisti un po’ visionari che cercavano di spremere potenze mostruose da valvole comuni. Sui loro datasheet dichiaravano con orgoglio cifre assurde, tipo 100 watt da una coppia di KT88 in push-pull, roba che sulla carta può anche sembrare possibile, ma nella realtà significa portare le valvole oltre ogni limite fisico e di sicurezza. Molti di questi apparecchi, ancora oggi in circolazione, sono autentiche bombe a orologeria: dissipazioni fuori scala, tensioni folli e componenti sempre oltre il limite. Chi volesse approfondire questa categoria di amplificatori “da coraggio”, può leggere l’articolo dedicato agli amplificatori atomici che ho pubblicato tempo fa.

Postilla finale: la fiaba dell’idraulico geniale

C’era una volta un idraulico con la passione per le valvole. Un giorno decise che progettare amplificatori doveva essere facile come cambiare una guarnizione, e così si mise all’opera. Dopo settimane di seghe mentali e prove con il saldatore, dichiarò trionfante che il suo single ended di KT88 faceva 100 watt! Sì, proprio così: cento watt da una sola KT88.

Io, che evidentemente non ho la stessa fantasia, restai basito. Perché se lui riusciva a tirare fuori 100 watt da una sola valvola, allora io con la potenza di un peto dovrei riuscire a volare come Superman. Ma niente, SuperMario Svalvolato (così lo chiamavano i suoi amici) non voleva rivelarmi il segreto. Disse che io non ero capace, che lui sì, ma non me lo spiegava come si fa. Forse un giorno scriverò anche la favola completa… ma servirà il bollino “vietato ai minorati di spirito critico”, perché la storia di SuperMario Svalvolato e dei suoi 100 watt da una KT88 è talmente assurda che rischia di ridurre il quoziente intellettivo di chi la legge.

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3 Responses to Le classi di funzionamento negli amplificatori valvolari: tra teoria, realtà e marketing

  • Che le casse non abbiano un’impedenza fissa lo so benissimo e questo ho realizzato il carico reattivo. La teoria che vada bene un secondario unico da 5/6ohm per attaccare qualsiasi cosa è una di quelle cose strampalate professate dai guru che ti vendono a 5000euro un’amplificatore dicendo che puoi attaccare alle stessa presa carichi da 4/6/8 ohm che non cambia niente… E sarebbero tutti de somari i progettisti di casse a indicare un’impedenza nominale invece di scriverci “attaccatele dove vi pare”. Esperimenti già fatti, sia io e chi ha realizzato i miei schemi/progetti con miei trasformatori potrà confermati che sbagliando le prese delle impedenze il suono peggiora, tende a incupirsi e la migliore resa c’è quando colleghi le casse all’impedenza giusta, e proprio per questo motivo che dal 2019 ho iniziato a dotare tutti i trasformatori d’uscita del mio listino anche dalla presa specifica a 6ohm oltre a quelle classiche da 4/8 perchè sembra stia partendo la moda dei diffusori a 6ohm giusto perchè così la gente che ha amplificatori che non hanno i 6ohm abbia problemi e sia spinta a cambiare amplificatore per poter usare una certa cassa. Poi quelli che attaccano cose a caso fanno poco testo, ascolteranno impianti talmente scadenti da non avvertire nessuna differenza.

  • In realtà le casse NON hanno una resistenza fissa, ma un impedenza in cui la loro resistenza varia in base alla frequenza. Per questo si può prevedere un secondario unico in media di 5 o 6 ohm in modo da accontentare la maggioranza e tra l’altro semplificare e migliorare la realizzazione fisica del trasformatore d’uscita.

  • Sono tra quelli che c’è cascato: tempo fa mi fidai di uno di questi “progetti” che prometteva ben 15 watt stereo in classe A in ultralineare, perché “dà più potenza con la raffinatezza del triodo” secondo loro…
    A farla breve, al banco di misura quel coso non dava neanche 7 watt x canale con una distorsione assurda ed era, ovviamente, inascoltabile. Allora io dico, i consumatori devono essere informati correttamente e non adescati con dati poco credibili, perché tanto, prima o poi, la verità viene a galla. Sì è vero che questa roba costa 4 soldi, ma vale 4 soldi, anzi forse neanche.
    Grazie a Stefano per la sua incessante opera di divulgazione e per i suoi progetti davvero affidabili e bensuonanti.

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Nibiru: il preamplificatore che smonta i miti su distorsione e feedback

“NIBIRU” è il nome, un po’ ironico, di un preamplificatore sperimentale nato per verificare sul campo alcune convinzioni molto diffuse tra gli audiofili: la presunta “magia” delle armoniche pari generate dalle valvole, la demonizzazione del negative feedback e l’idea che un circuito “zero feedback” possa restituire tridimensionalità sonora assente nella registrazione originale. Questo progetto, sviluppato come vero e proprio banco prova, ha l’obiettivo di misurare, ascoltare e capire cosa accade realmente ad un segnale quando lo si sottopone a diversi tipi di carico e di controreazione.

Perché il nome “Nibiru” ?

Nibiru è il pianeta mitico inventato dallo scrittore Zecharia Sitchin, completamente privo di riscontri scientifici. Allo stesso modo, anche nell’audio di alta fedeltà circolano “pianeti immaginari”: dogmi, leggende e convinzioni mai dimostrate, che però influenzano scelte progettuali e marketing.

Miti da sfatare: armoniche e feedback

Secondo una narrazione diffusa, il fascino delle valvole dipenderebbe dal fatto che generano solo armoniche pari, mentre i circuiti push-pull produrrebbero armoniche dispari, ritenute meno gradevoli. In realtà qualsiasi triodo genera un mix di armoniche pari e dispari, in quantità variabili a seconda del circuito, del punto di lavoro e persino della singola valvola. Altro mito: la controreazione (negative feedback) “cancellerebbe informazioni sonore”. In verità, la sua assenza non preserva la purezza del segnale, ma aggiunge distorsioni e irregolarità che possono in certi casi piacere all’orecchio, ma che non sono nel segnale originale.

Distorsione: non solo armoniche

La distorsione armonica è solo una delle tante possibili. Esistono anche distorsioni di fase, di intermodulazione e di memoria, spesso più influenti sul risultato sonoro. Mostrare e interpretare tutte queste grandezze richiederebbe strumenti sofisticati, ma anche con le sole misure disponibili il quadro è chiaro: la realtà è più complessa della percentuale di THD riportata in una scheda tecnica.

Il circuito sperimentale

Nibiru utilizza una sola valvola ECC82/12AU7 (o equivalenti 6189, 5814A, 12BH7, 6CG7, 6SN7) alimentata a bassa tensione (circa 80 V). Un deviatore quadruplo permette due modalità operative:

  1. Resistiva – carico anodico resistivo e catodo non bypassato: quasi nessun elemento reattivo.
  2. Reattiva – catodo bypassato e induttanza di carico 19S555: il classico schema parafeed, arricchito da una controreazione locale variabile, caratteristica originale di questo esperimento.

Due potenziometri doppi completano il circuito:

  • controllo di tono per regolare le basse frequenze;
  • regolazione continua del tasso di negative feedback.

Ascolto guidato

L’esperimento consiste nel collegare Nibiru fra una sorgente di qualità nota (ad esempio un DAC o un lettore CD) e un finale di potenza retroazionato, cioè con adeguato smorzamento dei diffusori. È preferibile un amplificatore di buona qualità: un apparecchio scadente o zero feedback falserebbe le prove.

A questo punto ci si può divertire a sperimentare, ruotando i potenziometri per ascoltare come varia il suono. Vale davvero la pena provare di persona, perché l’esperienza è istruttiva e fa luce su fenomeni che di solito restano teorici.

Modalità resistiva

In configurazione resistiva, priva di elementi reattivi, Nibiru si comporta in modo quasi neutro. L’unico effetto percepibile è una leggera preamplificazione e la minima distorsione armonica tipica della valvola. Con la controreazione al massimo, anche questa distorsione si riduce ulteriormente, rendendo la differenza rispetto a un collegamento diretto quasi impercettibile.

Modalità reattiva

Il carattere del circuito cambia radicalmente quando si inserisce l’induttanza di carico, trasformandolo in un vero parafeed. In più, Nibiru introduce un’idea originale: negative feedback locale variabile.

L’ascolto mette in evidenza una sequenza di trasformazioni molto netta:

  • Feedback massimo – il suono è piuttosto chiuso e aderente alle casse. Curiosamente, alcune persone lo preferiscono così, a conferma della soggettività del giudizio “meglio o peggio”.
  • Riducendo gradualmente il feedback – la scena sonora si apre, si distacca dai diffusori, compare un fronte centrale e prende forma il cosiddetto “palcoscenico”, con voci e strumenti ben distribuiti.
  • Feedback intermedio (circa ore 13 del potenziometro) – inizia una leggera fusione tra i canali destro e sinistro.
  • Feedback minimo – la gamma medio-alta rimane ariosa, ma le basse frequenze diventano poco definite, dapprima solo sporche, poi via via più slabbrate e invadenti. Il controllo di tono può attenuarle, ma non risolvere del tutto il problema.

Va ricordato che queste osservazioni riguardano un carico costituito dal potenziometro di un amplificatore; con un carico diretto di cassa acustica le interazioni diventano ancora più complesse.

Prove strumentali

Misure su carichi resistivi e reattivi confermano l’osservazione:

  • Distorsione armonica totale (THD): varia tra 0,4 % e 1,3 % a seconda di modalità e feedback.
  • In tutti i casi compaiono armoniche pari e dispari (2ª, 3ª, 5ª, 7ª, 9ª), smentendo l’idea che le valvole producano solo armoniche pari.
  • Risposta in frequenza e in fase: il carico reattivo introduce più rotazione di fase.
  • Onda quadra a 10 kHz: le forme d’onda mostrano arrotondamenti e ringing che variano con il tasso di NFB.
Distorsione su carico resistivo puro

Senza Feedback (THD 1,3%)

Massimo Feedback (THD 0,86%)

Distorsione su carico reattivo puro

Senza Feedback (THD 1,24%)

Massimo Feedback (THD 0,4%)

Le analisi di spettro, pur dettagliate, non offrono spiegazioni decisive: le variazioni di distorsione armonica fra le diverse configurazioni si riducono a poche frazioni di punto percentuale e non giustificano le marcate differenze percepite all’ascolto. Vale però la pena sottolineare un dato importante: anche un semplice stadio a un solo triodo non produce solo armoniche pari, né con né senza controreazione.

Lo spettro misurato senza feedback mostra, in ordine, le armoniche 2ª, 3ª, 5ª e 9ª, mentre con il massimo feedback compaiono 2ª, 3ª, 7ª e 9ª. Anche in modalità reattiva la situazione è analoga, con una miscela di armoniche di vario ordine. Chi sostiene che una valvola generi esclusivamente armoniche pari non descrive la realtà.

Un’obiezione prevedibile potrebbe essere: «Ma anche uno 0,1 % di differenza si può sentire!». L’esperienza dimostra il contrario. Sostituendo la ECC82 con altre ECC82, o con valvole compatibili come 6211, 5814 o 12BH7, ho riscontrato scostamenti anche superiori a quello 0,1 % di THD. Eppure, all’ascolto nessuno di questi cambiamenti era percepibile. Nelle prove svolte negli anni – sempre in cieco, senza che i partecipanti sapessero cosa stesse avvenendo – differenze di distorsione inferiori a circa mezzo punto percentuale sono rimaste registrabili solo dagli strumenti, non dall’orecchio umano.

Dopo questa verifica si può passare con maggiore consapevolezza all’analisi della risposta in frequenza e in fase, dove emergono altri aspetti significativi del comportamento del circuito.

Risposta in frequenza su carico resistivo

Senza Feedback (25 gradi a 60khz)

 Massimo Feedback (25 gradi a 70khz)

Risposta in frequenza su carico reattivo

Senza Feedback (25 gradi a 20khz)

Massimo Feedback (25 gradi a 50khz)

Per un mio errore nell’acquisizione dei grafici, la scala della fase non è uniforme: 50 gradi per quadretto nel caso del carico resistivo e 10 gradi per quadretto nel caso del carico reattivo. Nonostante questa differenza, il comportamento in fase del carico resistivo risulta comunque migliore, con una rotazione di circa 25 gradi a partire da 1 kHz. Già da questa misura emerge un punto chiave: l’elemento reattivo introduce una rotazione di fase più marcata. Per approfondire, conviene osservare la risposta del circuito quando viene sollecitato con un segnale ad onda quadra a 10 kHz – nel grafico, il tracciato giallo rappresenta il segnale del generatore, quello azzurro l’uscita del circuito.

Quadra su carico resistivo

Senza Feedback (1volt / div)

Massimo Feedback (1volt / div)

Quadra su carico reattivo

Senza Feedback (10volt / div)

Massimo Feedback (2volt / div)

Considerazioni finali

Sul carico resistivo non si osservano fenomeni rilevanti, a parte la variazione di ampiezza del segnale. Il fronte di salita e di discesa dell’onda quadra risulta solo leggermente arrotondato, effetto normale dovuto alle capacità parassite del circuito.

Con il carico induttivo e senza controreazione, invece, la forma d’onda appare più arrotondata e deformata. Aumentando gradualmente il tasso di negative feedback la deformazione si riduce, ma non scompare del tutto. Al massimo feedback compaiono persino lievi ondulazioni sulle creste dell’onda – il cosiddetto ringing – evidenti solo ingrandendo la traccia e dovute a una piccola risonanza interna.

Questi comportamenti indicano che i fenomeni più significativi si manifestano soprattutto sui segnali transitori, quando condensatori e induttanze immettono nel segnale ulteriori componenti. Il negative feedback riesce in parte a cancellare le alterazioni introdotte dal circuito stesso (non informazioni presenti nel segnale originale) e, per effetto di interazione, può generarne di nuove. Strumentazioni più sofisticate potrebbero misurare questi effetti con maggiore precisione, ma le tendenze emerse sono già chiare.

In conclusione, è evidente che gli elementi reattivi aggiungono distorsioni al segnale, e queste distorsioni non hanno nulla a che vedere con le sole armoniche. Ne consegue che molti circuiti zero-feedback e l’uso stesso di trasformatori interstadio hanno come scopo principale colorare il suono, cioè introdurre caratteristiche aggiuntive. Non è la controreazione a “cancellare” informazioni: è piuttosto la sua assenza a generare nuove componenti, che talvolta possono risultare gradevoli ma che, come dimostra l’esperimento con Nibiru, comportano anche effetti indesiderati, come sporcature e perdita di definizione.

L’esperienza suggerisce che il miglior risultato d’ascolto si ottenga cercando un equilibrio: dosare con attenzione la quantità di negative feedback fino a individuare quel punto intermedio in cui si ottiene un palcoscenico sonoro ampio e coinvolgente, ma senza le impurità e le imprecisioni tipiche di una totale assenza di controreazione. Chi volesse replicare l’esperimento in modo semplice può comunque realizzare solo la sezione reattiva con feedback regolabile, omettendo il commutatore e il controllo di tono.

Nibiru dimostra che molte “verità audiofile” sono in realtà miti. Un pizzico di controreazione, dosato con competenza, è come un condimento ben bilanciato: esalta il sapore della musica senza coprirlo.

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12 Responses to Nibiru: il preamplificatore che smonta i miti su distorsione e feedback

  • Come ti ho già risposto su facebook questo è il mio progetto, a me interessava fare quelle quelle prove li. Il valore della RK però va lasciata invariata per non sposare il punto di lavoro della valvola. Tu cmq puoi fare le prove che vuoi. A me non interessa vendere questo oggetto, lo costruii solo per verificare una mia teoria sugli effetti all’ascolto, mi ha confermato quello che pensavo, per me il suo scopo si è esaurito li, se vuoi le 2 induttanze ed evantualmente un trasformatore di alimentazione te lo posso fornire e dopo puoi fare le tue prove poi ci racconti cosa scopri 🙂

  • Il fatto che lei abbia pensato di realizzare un cotale induttore ha un significato importante di per sé, indipendentemente dalle difficoltà realizzative. Le degenerazioni introdotte dall’assenza dei condensatori catodici si ha dunque anche selezionando il carico anodico resistivo? Ecco che sarebbe dune importante testare sia il resistore sia l’induttore anodico nelle stesse condizioni di presenza e/o assenza dell’array di condensatori catodici. Il potenziometro non sarebbe del tutto in serie ai condensatori di by-pass, ma sostituirebbe il resistore catodico. Il cursore sarebbe collegato all’array dei condensatori, dunque solo una parte di quel potenziometro sarebbe in serie ai condensatori, esclusa la posizione in cui tali condensatori verrebbero a trovarsi direttamente collegati al catodo del triodo.

  • L’induttanza da 600henry non è stato poi niente di tanto difficile da realizzare. Togliendo la capacità sotto il catodo introduci degenerazione locale che è equivalente ad aggiungere controreazione, cioè è controreazione locale anche quella. Con il potenziometro in serie al C di bypass puoi variare quest’altra controreazione con la differenza direi che sposti anche il taglio e la rotazione di fase in basso.

  • Buongiorno, non sono un elettronico “studiato”, ma un semplice appassionato autodidatta. Devo farle i complimenti per questo interessante circuito di prova. E anche per la realizzazione di codesto altrettanto interessante induttore da ben 600 H! Detto questo, la mia curiosità mi avrebbe spinto a disgiungere la commutazione delle capacità catodiche dall’induttanza anodica, per vedere cosa accade inserendo/disinserendo le capacità catodiche sia col resistore che con l’induttore come carico anodico. In altre parole provare la differenza di prestazioni fra induttore e resistore anodico nelle stesse condizioni catodiche. Addirittura: sostituire il resistore catodico con un potenziometro avente il cursore collegato a detti condensatori riferiti a massa, in modo da parzializzare a piacimento l’inserimento di quelle capacità. Ed infine provare ad inserire/disinserire una grid stopper immediatamente prima della griglia di controllo. Questo è quanto, la ringrazio per l’attenzione e le auguro buon lavoro.

  • Certo AleD ti dicono sempre che devi spendere tanto se no non va bene poi vai a casa di un tuo amico che ti chiama a sentire un 300b che ha pagato 12000 euro e fa schifo se anche fosse che spendi un sacco di trasformatori e va bene uguale a come va bene fatto in un altro modo cosa ci hai guadagnato?, vale l’idea o vale il risultato? dai retta a me che di apparecchi con i trasformatori di stefano ne ho già costruiti 3 con i suoi schemi e suonano molto meglio di tanta roba che compri senza feedback anche costosa

  • “Ma con un budget elevato sarebbe possibile progettare e costruire per esempio un SE a triodi con nessuna retroazione, ne’ globale e nemmeno locale, e che funzioni sonicamente bene? Da abbinare a diffusori ad alta sensibilità e facili da pilotare.”

    C’è anche da dire che il fastidio del basso smorzamento dipende anche dall’inerzia delle casse e dalla potenza del circuito, con questo 45 che ho realizzato io https://www.sb-lab.eu/sb-tulipa-single-ended-45/ avevo usato un tasso di NFB veramente poco limitato, il DF era appena di 3 ma con i soli 2,2 watt era sufficiente a fare un buon ascolto, però la questione è sempre quella che si rifugge il negative feedback perchè vi si associa una esperienza uditiva negativa, ma questo non è sempre vero, sopratutto se i trasformatori hanno bande passanti elevate e la rete di NFB è fatta bene non si trova nessuna differenza apprezzabile ad orecchio se non che senza del tutto in molte situazioni si ha esperienza di bassi fuori controllo, quindi non capisco la ragione dell’accanimento. In ogni modo il lilliput https://www.sb-lab.eu/lilliput-amplificatore-single-ended/ potrebbe essere uno di quei progetti molto semplici e con uno smorzamento buono nonostante l’assenza di controreazione, perchè la 6080 ha una resistenza interna di appena 300ohm… purtroppo le altre valvole di più comune uso hanno Ri di migliaia di ohm…

  • Gentile utente non posso fare commenti diretti su prodotti della concorrenza e ho dovuto per ovvi motivi eliminare il link, io non dico niente su quell’apparecchio perchè non l’ho mai provato ma un’idea ce l’ho e il video in questione l’ho già visto tempo fà e non mi trovo d’accordo con quelle che viene affermato, un monotriodo zero feedback accoppiato e trasformatori avrà un certo risultato che può piacere o non piacere ma trovo sbagliato affermare che l’uso di NFB sia incontrovertibilmente e sicuramente peggiorativo perchè si afferma come verità assoluta quello che invece è un gusto personale, ho pubblicato il progetto del triodino 4 con nfb disattivabile proprio per incuriosire le persone perchè il paragone tra 2 apparecchi diversi non vale niente e si traggono conclusioni errate, ci sono fior di amplificatori che usano la controreazioni venduti a parecchie migliaia di € di marchi famosi, che suonano bene. La questione piuttosto è che i sostenitori dello zerofeedback a tutti i costi a mio modesto parere siano una minoranza ma sono accaniti e fanno tanta “confusione” tutti gli altri comprano e realizzano quello che gli pare senza fare tanta propaganda, il problema è che sempre secondo me gli stessi stanno portando al collasso il mercato dei valvolari perchè ho osservato tantissime persone stanche di essere prese in giro con apparecchi che costano un’occhio della testa e mi dicono che non suona bene e sono passati allo stato solido perchè si sono arresi che quella via di mezzo non gliela da nessuno… o stato solito o valvolari zero feedback e tutti e dire così suona meglio.. in termini culari è come se tutti proponessero la loro ricetta per cucinare il baccalà dicendo questo è buono, è meglio, ma se non ti piace il baccalà?

  • Te lo dicono a parole, ma tu lo hai sentito e confrontati, sopratutto confrontati con retroazionati fatti al mio modo (e non uno qualsiasi) ? perchè un mio amico di roma che ha realizzato questo: https://www.sb-lab.eu/single-ended-el34-di-alberto/ aveva uno che continuava a dirgli (quando gli schemi erano ancora visibili in chiaro… infatti li ho pixelati tutti anche perchè mi ero rotto di queste persone) “non farlo, da un circuito così non puoi aspettarti più di tanto, è sbagliato, toglie quello aggiungi quall’altro, stacca il negative feedabck…” poi per fortuna alberto ha fatto il progetto rispettandolo, con i miei trasformatori e ottimi condensatori che gli hanno suggerito i ragazzi di audiokit e quando il guru di turno è andato a sentire è rimasto pietrificato e alla fine ha dovuto ammettere che non ha mai sentito così tanto dettaglio in un’amplificatore… e non è l’unico che si è trovato amici e conoscenti che remavano contro le mie progettazioni alla fine si sono trovati col loro amplificatori di marchi o nomi altisonanti … 845, 2a3, 300B i cui marchi i modelli non posso citare perchè poi sarei passibile di azioni legali, totalmente seppelliti.. tanto per dire che c’è uno che fa dei 300B e dichiara che siano zerofeedback e con uno smorzamento di diverse centinaia come cifra (totalmente impossibile anche con il più retroazionato degli stati solidi) ma poi nei vari commenti leggi gente che dice che però lo usa un biamplificazione solo sui medi alti perchè le basse non le fa bene.

  • Comunque l’esempio sarebbe questo:

    link eliminato

    Che ne pensi?

  • Chiedevo perché ci sono progettisti che li realizzano con costi di costruzione (non di vendita) di svariati migliaia di euro e sostengono appunto che la controreazione zero dia risultati sonicamente migliori usando valvole adatte in circuiti adatti. Boh.
    Se interessa in privato posso fornire il contatto (nostrano).

  • Come ho spiegato in altri articoli si riesce ad avere uno smorzamento “decente” ( https://www.sb-lab.eu/fattore-smorzamento-amplificatori/ )solo con un ristretto numero di valvole che posseggono una Ri molto molto bassa che praticamente si restringe alle regolatrici di tensione come la 6080 / 6336 / 6c33 e poche altre… con valvole come la 2A3 e le 300b non si riesce ad avere ottimisticamente parlante uno smorzamento superiore a fattore 2, ma sinceramente la cosa non deve essere di nessun interesse perchè quello che conta è il risultato e non come lo si ottiene e questo continuare a trattare il negative feedback come una sorte di peste a me personalmente ha stancato, ( https://www.sb-lab.eu/negative-feedback-e-la-caccia-alle-streghe/ ) tutti quelli che hanno sentito le mie realizzazioni o abbiano eseguito qualche mio schema con i miei trasformatori alla fine si sono trovati d’accordo che la buona progettazione con moderato (e sottolinea moderato) uso di NFB abbinato a buoni trasformatori da risultati superiori e non raggiungibili in sua assenza… Ma poi pubblicassero le strumentali a parole potrei anche dire di avere 4 braccia e 3 occhi… quanti ce ne sono che pubblicano i dati che pubblico io? Ho visto mcintosh, un produttore di amplificatori che costano come casa mia e basta… di contro ho avuto qualcuno che ha voluto insinuare che le misure che faccio sono taroccate perchè voglio tirare acqua al mio mulino, oppure quando per dire ho riparato il fatman 252 non ho avuto problemi a scrivere che faceva 100khz di banda passante perchè aveva ottimi trasformatori https://www.sb-lab.eu/fatman-itube-252/

  • Ma con un budget elevato sarebbe possibile progettare e costruire per esempio un SE a triodi con nessuna retroazione, ne’ globale e nemmeno locale, e che funzioni sonicamente bene? Da abbinare a diffusori ad alta sensibilità e facili da pilotare.

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H.H. Scott Stereomaster 222C e 222D, Due Icone dell’Audio Valvolare

H.H. Scott, Inc. era un’azienda americana che produceva e commercializzava componenti audio e attrezzature stereo negli anni ’50 e ’60, noti soprattutto per i loro amplificatori valvolari di alta qualità. La società fu fondata da Howard H. Scott nel 1946. Scott era un ingegnere elettronico di talento e il suo marchio divenne presto sinonimo di alta fedeltà e prestazioni audio.

I prodotti di H.H. Scott erano rinomati per la loro costruzione solida e la qualità del suono. I loro amplificatori valvolari erano particolarmente apprezzati dagli audiofili dell’epoca. La società produsse una serie di modelli popolari, tra cui l’Scott 299, l’Scott 222 e l’Scott 299B. Questi amplificatori offrivano una potenza pulita e una riproduzione audio accurata, e molti di essi sono ancora ricercati dagli appassionati di audio vintage.

Negli anni ’60, la società iniziò a produrre anche ricevitori stereo, preamplificatori, giradischi e altoparlanti. H.H. Scott continuò a guadagnare una reputazione di eccellenza nel settore audio fino alla metà degli anni ’70.

Tuttavia, a partire dagli anni ’70, l’industria dell’audio vide una transizione dalle valvole termoioniche ai transistor, e molte aziende, compresa H.H. Scott, dovettero adattarsi a questa nuova tecnologia. La qualità audio dei dispositivi a transistor migliorò considerevolmente, ma ciò portò alla fine dei dispositivi valvolari. Nel 1978, H.H. Scott, Inc. dichiarò bancarotta e fu acquisita dalla Emerson Electric Company, che successivamente cessò la produzione di componenti audio con il marchio H.H. Scott.

Anche se l’azienda non esiste più, i prodotti H.H. Scott degli anni ’50 e ’60 rimangono molto apprezzati dagli appassionati di audio vintage, e molti cercano ancora i loro amplificatori, ricevitori e altri dispositivi sul mercato dell’usato per godere dell’esperienza sonora autentica di quegli anni.

Ritorno al Passato dell’Audio Vintage: Restauro dei Leggendari H.H. Scott Stereomaster 222C

Nell’era digitale odierna, dove la tecnologia avanza a un ritmo incessante, c’è un fascino intramontabile nel riparare e restaurare apparecchi audio vintage, che incarna il calore e la nostalgia del passato. In questo articolo, ci immergeremo in un affascinante viaggio nel mondo del suono d’epoca, concentrandoci su due gioielli dell’audio d’altri tempi: i prestigiosi H.H. Scott Stereomaster 222C.

Nati nell’epoca d’oro dell’audio valvolare, gli amplificatori H.H. Scott hanno catturato l’immaginazione di appassionati e audiofili con la loro straordinaria qualità sonora e costruzione artigianale. Tuttavia, il tempo può mettere alla prova anche le creazioni più robuste, e questi due esemplari avevano bisogno di cure amorevoli per rivivere.

Il nostro viaggio inizia con la sostituzione del trasformatore di alimentazione bruciato su uno dei 222C, un’opera d’arte ingegneristica che richiede abilità e attenzione ai dettagli. Successivamente, affronteremo la sfida di riparare completamente un trasformatore d’uscita bruciato, aprendo le porte all’ingegneria inversa e all’arte del riavvolgimento. La perseveranza e la dedizione che richiede questa impresa sono un tributo alla passione per l’audio vintage.

Ma l’avventura non si ferma qui. Mentre restauriamo questi pezzi unici, esploreremo anche le sottili differenze tra le valvole EL84 e le meno conosciute 7189, che sono state montate negli H.H. Scott Stereomaster 222C. Conoscere le differenze tra queste valvole è essenziale per ottenere il massimo da queste meravigliose unità audio.

Alla fine, ciò che emerge da questo viaggio è un’ammirazione per il passato e il desiderio di preservare la ricchezza dell’audio vintage. Il nostro obiettivo è far rivivere questi H.H. Scott Stereomaster 222C, affinché possano continuare a portare gioia e meraviglia con il loro suono straordinario, come facevano decenni fa. Siate pronti per una profonda immersione nell’arte del restauro audio e nell’apprezzamento del suono d’epoca. Benvenuti nel mondo dei classici restaurati con passione e maestria.

Questo amplificatore mi è stato consegnato dopo una revisione, ma purtroppo il trasformatore era danneggiato. Ho proceduto con la creazione di un nuovo trasformatore (per chiunque volesse acquistarlo separatamente, con il codice 21S4665) e l’ho successivamente installato.


In seguito, mi è stato affidato un secondo esemplare dell’amplificatore che lamentava il danneggiamento del trasformatore d’uscita. Questo apparecchio aveva chiaramente subito danni legati all’umidità, che inevitabilmente hanno compromesso la qualità dei materiali del trasformatore. Per affrontare questa sfida, ho proceduto allo smontaggio del trasformatore, ottenendo un dettagliato schema dell’avvolgimento interno. Questo passo preliminare mi ha permesso di avviare il processo di creazione di due nuovi trasformatori, riutilizzando gli originali lamierini e calotte dei trasformatori danneggiati.

Nella fotografia sotto è possibile osservare una distinta traccia di ossido verdognolo lasciata dal filo di rame che aveva perso la sua smaltatura a causa del contatto con la carta umida. Durante il processo di sbobinamento, ho notato la presenza di numerose di queste tracce. In alcuni punti, il filo si spezzava autonomamente mentre lo srotolavo.

In quest’altra immagine, è evidente un solco nero nella carta isolante, il risultato di una scarica elettrica tra fili adiacenti. Questa scarica ha perforato la carta isolante e ha causato la bruciatura che si è propagata fino a interrompere il filo di rame stesso.

Dopo aver completato il processo di sbobinamento, ho deciso di aggiungere un tocco di modernità alla replica. Ho realizzato due rocchetti utilizzando una resina tecnica simile al nylon…

In seguito, ho proceduto al riavvolgimento dei trasformatori, utilizzando materiali che mantenessero l’autenticità dell’epoca, combinati con isolanti moderni in quei punti critici in cui era necessaria una sicura e avanzata capacità di isolamento…

E così ho fatto per entrambi i trasformatori; ho riavvolto completamente anche quello che era ancora funzionante. Ma prima di procedere con l’articolo sulla riparazione dell’amplificatore, desidero concentrarmi sulle valvole. Vi invito a leggere questo articolo in cui chiarisco le differenze tra le valvole EL84 e le 7189, evidenziando perché non dovrebbero essere scambiate tra loro per evitare situazioni potenzialmente disastrose, come illustrato in questo caso specifico.

Torniamo all’amplificatore…

Nel video qui sotto, l’amplificatore è in funzione, ma l’audio originale è stato sovrascritto per ragioni legate al copyright.

Ora, passiamo ad alcune misurazioni strumentali. L’apparecchio è in grado di erogare da 22 a 25 watt (a seconda dell’efficienza delle valvole) con un fattore di smorzamento pari a 18. Qui di seguito, troverai due grafici relativi alla distorsione armonica totale (THD) e alla banda passante ottenuti dall’amplificatore “verde” menzionato all’inizio dell’articolo, che manteneva i suoi trasformatori d’uscita originali. Nel grafico relativo alla banda passante, è evidente la presenza di disturbi, in gran parte attribuibili a una stabilità non ottimale del circuito, che sfrutta tassi di controreazione notevolmente elevati.

THD 1watt

Banda passante 1watt su carico resistivo

Ecco invece il grafico della banda passante ottenuto con i trasformatori che ho riavvolto, dopo aver apportato una leggera riduzione del tasso di controreazione. Questo passaggio ha comportato il passaggio da un fattore di smorzamento di 18 a un fattore di 12. È importante notare che questa modifica non ha avuto alcun impatto negativo sul suono, ma ha notevolmente migliorato la stabilità del circuito. È stata una lunga messa a punto.

In conclusione, il restauro di questi amplificatori H.H. Scott Stereomaster 222C ha rappresentato un affascinante viaggio attraverso il mondo dell’audio vintage. Dall’arte di riparare trasformatori bruciati, all’ingegneria inversa dei circuiti originali, ogni passo di questo processo è stato intrapreso con cura, dedizione e rispetto per l’autenticità dell’epoca. Il risultato? Un ritorno alla vita di due classici, capaci di riprodurre il suono caldo e avvolgente che li ha resi celebri.


 

H.H. Scott Stereomaster 222D: un capitolo a parte

Il modello H.H. Scott 222D, introdotto poco dopo il 222C, rappresenta l’ultima evoluzione della serie “222”. Esteticamente presenta controlli leggermente diversi, ma le vere differenze si celano sotto il telaio: lo schema elettrico è stato modificato in diversi punti, la controreazione è stata ridotta e di conseguenza il fattore di smorzamento risulta inferiore rispetto al 222C. Questa scelta progettuale ha reso il suono leggermente più “aperto” e meno controllato sui bassi, ma anche più musicale e godibile per molti ascoltatori.

Recentemente mi è stato portato un 222D che lamentava la completa assenza di un canale. Mi è stata raccontata la classica storia da incubo: il cliente si era già affidato a un fantomatico tecnico che avrebbe dovuto “revisionarlo”. In realtà, come purtroppo capita spesso, il lavoro era stato fatto alla c**** di cane.

Dopo una breve analisi ho scoperto che l’amplificatore conservava ancora le sue valvole originali Telefunken, un set completo d’epoca, usato pochissimo, un vero tesoro. Ma — udite udite — il “tecnico” precedente (lo definirei piuttosto un ladrone senza scrupoli) si era fregato il quartetto originale di 7189 Telefunken, che in buone condizioni può valere anche 500 €, sostituendolo senza vergogna con un quartetto di EL84 cinesi, roba da bancarella.

Il furto è già di per sé una porcata, ma il peggio è che ha anche mostrato un’ignoranza tecnica abissale: le EL84 non sono sostituibili direttamente alle 7189, come spiego dettagliatamente in questo articolo dedicato.

 

Non solo ha rubato valvole di valore, ma ha pure ignorato le richieste del cliente, che aveva esplicitamente detto di non cambiare le valvole o, nel caso, di restituirle. E come se non bastasse, questo “esperto” non si è nemmeno degnato di sostituire tre elettrolitici secchi presenti in circuito, né di controllare e regolare il bias. In pratica ha preso i soldi, non ha fatto nulla di utile, e ha rovinato un apparecchio storico. Un comportamento da incompetente e disonesto che merita di essere denunciato senza mezzi termini.

Quando l’apparecchio è arrivato da me, la prima priorità è stata verificare lo stato dei trasformatori d’uscita, che spesso finiscono bruciati proprio a causa di queste sostituzioni sconsiderate con EL84. Fortunatamente, erano sani. Ho quindi consigliato al cliente di acquistare un quartetto di 7189 Tung-Sol da un rivenditore affidabile e me le sono fatto spedire.

Ho poi verificato le altre valvole: le ECC83 erano tutte in ottima salute, così come la GZ34. La sezione pentodo delle 6U8 / ECF82 era invece usurata al 50%. Mostro qui i due grafici comparativi delle curve, acquisite con il tracciacurve utracer, mettendo a confronto il pentodo delle valvole montate e quello di una ECF82 nuova.

ECF82 (P) Esausta ECF82 (P) Nuova

Preciso che, seppur usurate, le 6U8 permettevano ancora il funzionamento dell’amplificatore, sebbene con un livello di distorsione superiore.

Ho infine sostituito i tre piccoli elettrolitici difettosi, controllato le lattine che erano ancora buone, montato le nuove 7189, effettuato la prima accensione controllata con variac, regolato bias e bilanciamento.

Alla fine dell’intervento, l’amplificatore è tornato in piena forma: 20–22 watt RMS per canale, con uno smorzamento di circa 5, coerente con il progetto originale e pronto a far rivivere la magia sonora degli anni ’60, ma stavolta senza ladri di valvole nei paraggi.

Questi 2 articoli hanno quindi gettato luce su una confusione comune riguardo alle valvole, in particolare tra le EL84 e le 7189. L’importanza di comprendere le differenze e di adattare correttamente il circuito è stata sottolineata per garantire il corretto funzionamento dell’amplificatore e la sua longevità. Suggerisco anche la lettura di un’articolo dedicato alla sostituzione delle valvole negli apparecchi audio e non solo.

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3 Responses to H.H. Scott Stereomaster 222C e 222D, Due Icone dell’Audio Valvolare

  • Ciao Stefano. Bellissimo articolo, e sopratutto molto utile e istruttiva la parte sulle 7189. Valvole peraltro molto interessanti. Ne ho uno davanti di 222c proprio ora, del 1963, mio anno di nascita. È perfetto, rivalvolato a nuivo dql precedente proprietario con tutte Tung Sol, ma da rivedere elettricamente vista l’età ormai molto avanzata di entrambi, mia e dell’ampli (anche io sarei da rivedere un po’, ma non è facile come con le elettroniche purtroppo! ?). Grazie! E complimenti ancora

  • lo strumento fa così quando rileva un’inversione di 180 gradi, probabilmente l’inversione avviene dentro la rete dei toni

  • che fase stana…???

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